La Curt del Guglielmino

Stava per finire una di quelle giornate in cui la natura non era di nessun aiuto all’uomo : il temporale in arrivo, il cielo con rotoli di nuvole, un autunno in anticipo. Nonostante ciò aveva preferito fare due passi “el dutur Rovida”, farmacista con casa e bottega là in fondo alla strada, all’inizio del paese, verso Desenzano. Una voce arrochita dal fumo, cortesissimo, il camice bianco sempre sbottonato con sul taschino lo stemma dell’Ordine, l’eterna sigaretta nella sinistra:  così lo conoscevamo noi tutti, disponibile, allegro, una moglie fascinosa, due figli… così ce lo ricordiamo ancora oggi “el sior Augusto Rovida, el dutur”.

Uscì dalla Zaira con il pacchetto delle Esportazione in mano, si fermò nel riquadro della porta, indeciso se aprire l’ombrello o farne a meno, uno sguardo a sinistra dove normalmente auto e camion, risalendo la strada in mezzo al paese, tendevano a stringere la curva fino a sfiorare il muro della tabaccheria. Tranquillo, lasciò passare una Lancia Appia e poi uno scoppiettante Guzzino e senza volerlo, meccanicamente, osservò per un attimo il balconcino di pietra della casa di fronte, leggermente scheggiato dal cassone di un camion incrociatosi con un altro qualche giorno prima, lì su quella curva stretta in mezzo al paese.

“Dovranno decidersi a fare questa benedetta nuova strada, siamo nel ’58, ormai sono anni che se ne parla” pensò, e poi cominciò a ridiscendere verso la piccola piazza Umberto Primo : “la piasa”. Ecco lì, dalla Zaira in giù cominciava quella che per noi era il quartiere de “la piasa”, lì finiva quello de “la pesa”. “La piasa” era il centro di una croce formata idealmente da un tronco di via San Martino in leggera discesa dalla Zaira fino alla farmacia, il braccio di sinistra formato da via San Zeno e quello di destra da via Parrocchiale : l’ombelico de “la piasa” era la “curt del Guglielmino”.

“Dutur, buona sera”. Il Giuliano lo salutò spingendo il motorino fuori dal portone della casa con il balconcino in pietra, lì abitava la famiglia Giuliani: papà, mamma e tre fratelli. Vittorino, il più grande, Giuliano, cameriere in un ristorante a Sirmione che a causa di due occhi rotondi e grandi sormontati da sopracciglia nere a cespuglio era detto “el fanalù”, e Riccardo, il più giovane. Quest’ultimo, precoce casanova, si era conquistato sul campo un nuovo nome: “Richard”. Un tardo pomeriggio di quell’estate appoggiato al juke box del bar del camping Italia, si rivolse delicato e micio-micio ad una tedeschina, per la verità un po’ insignificante, con un “Ciao, hic bin Richard”, lei non rispose e se ne andò con il naso all’insù e lui un po’ scornato aveva brontolato all’Angiolino : “Chesta che la parla mia el tedesc”, la battuta fece il giro del paese in un baleno e da quel momento per noi fu Richard per sempre!

Incominciò a piovere leggero, “el dutur” fece  pochi passi e si rifugiò con un balzo nell’antiporta del Begalli, abbassò l’ombrello a salvare le scarpe da uno schizzo d’acqua causato dal passaggio di un Fiat 1400, “maledette buche…”. Eh, sì! Non era proprio un biliardo l’asfalto di via San Martino, qua e là alcune buche erano così evidenti da mettere a nudo i sassi che qualche anno prima rivestivano il fondo stradale; “el cogolato” aveva lasciato il passo al progresso : il catrame! Il papà Begalli, rosso in viso, stempiato, alpino, una moglie dolce, leggera, silenziosa, una figlia e un figlio poco più grande di noi. Gianfranco aveva cominciato quell’anno la prima ragioneria a Desenzano, biondo, i capelli un po’ radi, magro e gentile, aveva preso da sua madre: “el Begalì”, così lo chiamavamo, dava il meglio di se stesso sul campo di calcio, dove con un colpo di testa magistrale metteva a rete spesso anche palloni improbabili. Era juventino e John Charles era il suo idolo.

Passato l’acquazzone, “el dutur” allungò il passo raso muro sfilando davanti al portone della famiglia Bestetti, poi il fornaio, il negozio disordinato subito a fianco, il palazzetto dell’ex Comune, dove ora avevano installato le Poste Nuove con il portoncino chiuso e all’esterno due panche rettangolari in pietra “le prede dei disoccupati”. Discese i tre gradoni e, attraversato l’incrocio di via San Zeno, entrò al bar Locanda Ritorno, proprio lì davanti a “la piasa”.

Camionisti, perdigiorno, operai, disoccupati, una eterogenea umanità che verso sera perdeva qualche ora in attesa di cena. Era frequentato il bar Ritorno e il suo perché era risaputo, anche se taciuto. C’era un secondo ingresso, una porta un po’ ridotta, una porticina che dava su via San Zeno, da lì una scala e su qualche camera: “la locanda da le porte strete” questo il nome vero e sussurrato tra i frequentatori. Entrò e, dopo essersi fatto largo tra il fumo e il vociare, ordinò un bianco, il bianco di rito, accese una sigaretta e si girò verso la finestra di lato che dava proprio su “la curt del Guglielmino”: l’ombelico de “la piasa”. La curt, separata dalla strada da un basso muro in sassi, ricordo di una cinta più importante, interrotto da un passo carraio senza cancello, chiazze di ghiaia, qua e là terra battuta, era un rettangolo con a sinistra il Ritorno, sul lato più lungo la casa del Guglielmino, el Dolci e sulla destra a chiudere la casa del Bonzio.

Cominciò a spiovere piano e tre quarti di luna, sgomitando a fatica si faceva strada tra le nuvole ora sospinte da in vento “de suer”; domani forse sarebbe ritornata una giornata di sole, fredda ma serena. “Buonasera dutur”, uscendo qualcuno gli gridò mentre ancora era sulla porta del bar, un sorriso, l’ombrello non serviva più, era quasi ora di cena. Era là il Guglielmino, classe 1901, un po’ sognante a guardare la strada, piccolo, grassoccio, con le braghe larghe tenute su da “le tirache”, uno sguardo buono rivolto ora al cielo in cerca di buone notizie per il domani: ne aveva bisogno con il suo lavoro di imbianchino.  Il dutur si fermò a chiedere dei figli e non era una risposta breve, ogni volta bisognava parlare dell’Ignazio, detto “Naci”, dell’Angiolino, detto “Ghigo”, della Carlina, del Raffaello, detto “Rafa”, del “Cimel”, dispettoso e un po’ schizofrenico, e della Mariuccia morta di tifo nel ’48. Ce n’era da raccontare sulla loro esistenza, sulla loro salute, sulle partenze… e la lontananza. “El Naci” ed  “el Ghigo” se ne erano andati anni prima in Svizzera a lavorare e lui raccontava “al dutur” che quell’anno sarebbero potuti tornare per Natale, ci teneva a far sapere che stavano bene, che erano vestiti bene, con tanto di camicia e cravatta, che fumavano le “parisiennes” lunghe con il filtro e che “el Naci” si era comperato un orologio svizzero nuovo, da polso, un lusso.

Guglielmino lo raccontava con orgoglio: “Torneranno a Natale”, disse “al dutur”, “con la Vosvaghen nuova, ne sono sicuro, non più con il treno come gli altri”. “Il Rafa” per l’occasione si era fatto un vestito nuovo preso a rate dal Grassi, il negozio con l’insegna – stoffe e scampoli – che occupava una casetta cielo-terra con vetrine di fronte a “la curt”.

(fine prima parte)

Ugo Andreis

La Curt del Guglielmino – pagina 6 La Curt del Guglielmino – pagina 7

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