Remo Pasetto, 85 anni dedicati alla pittura

Avrei voluto che fosse ancora vivo. Con la sua grazia inconfondibile e con il suo spirito gentile Roberto Ambrosi, un amico, se ne è andato qualche mese fa. Era molto legato a Pasetto, entrambi veronesi. Me lo fece conoscere, prima parlandomene spesso e poi, un giorno di primavera l’anno scorso, in piazza a Desenzano,sotto la statua di Sant’Angela me lo presentò: piccolo, vivacissimo che con semplicità mi ha tracciato la sua biografia.

Ho eseguiti i miei primi grandi disegni colorati da ragazzo sui muri della soffitta di casa, una vecchia casa di campagna nel paese di Raldon, in provincia di Verona, dove sono nato il 3 giugno del 1925. Le ambizioni di mio padre per i figli erano modeste, tuttavia, ho potuto frequentare nel capoluogo prima la Scuola serale di disegno “Nani”, poi l’Accademia di Belle Arti Cignaroli. Allora la mia passione fondamentale era la scultura, una passione che è durata, intatta, almeno sino al ’58, allorché ho incominciato a dedicarmi quasi interamente alla pittura.

Ma prima c’è stata la guerra, che mi portò lontano dalla scuola e dalla casa, per finire forzatamente a diciannove anni in un campo tedesco d’addestramento militare, da dove avrei dovuto uscire per combattere i “ribelli”. Invece, rientrato in Italia nel’ 44, raggiunsi con altri compagni le file dei partigiani sulle montagne del Piemonte. Con la Brigata Valpesio partecipai alla liberazione di Cuneo e a Cuneo sono rimasto in un presidio sino al giugno del ’45. Dopo, finalmente, sono ritornato a Raldon e a Verona. Qui ho ripreso a modellare.·A quel tempo frequentavo gli studi di due artisti: Gottardi e Zampieri. A Zampieri, ch’era anche stato un eroe della Resistenza, mi legai di viva amicizia.

Nel desiderio di allargare la mia esperienza, decisi di partire per Milano. Vi arrivai nel ’50. Non ho molta voglia di parlare di quel primo periodo, durato alcuni anni. Dirò soltanto che fu un periodo duro, anzi durissimo. Mi consolarono pochi amici: lo scultore Grosso, i pittori Migneco, To­miolo, Melotto, lo scrittore Michele Spina. A Brera ebbi anche i primi contatti con Manzù. Nel ’57 ho tenuto la mia prima personale alla Galleria Schettini, allora in Via Brera. Spina mi presentò: era una mostra di sculture. Nel corso di questa mostra ho conosciuto Mario De Micheli, il quale l’anno dopo m’incluse nel suo volume sulla “Scultura italiana del dopo­guerra”. E’ stato De Micheli che mi ha persuaso a dedicarmi intensamen­te alla pittura. In tutti questi anni egli ha seguito il mio lavoro e ne ha interpretato criticamente il significato.

Con la sua presentazione, nel ’60 ho allestito la mia prima mostra di pittura a Firenze nella Galleria “Nuova Corrente”, gestita da un gruppet­to di giovani artisti toscani. E ora eccomi qui. Vivo e lavoro a Milano. Nel ’58 ho sposato Nicoletta, che è veneta come me e fa la maestra. Dopo qualche anno ci è nata Edera. Ho lo studio in casa e sulle tele dipingo gli uomini che mi sono cari, i contadini, i muratori, le loro donne, i loro bambini. Non so se saprei dipingere qualcosa di diverso.

E di lui Mario de Micheli ha detto : “Non è semplice il discorso per una pittura così semplice come quella di Remo Pasetto. E’ chiaro che le definizioni di candido, ingenuo, naif, non gli si addicono, ma è altrettanto chiaro che i suoi modi e la sostanza della sua ispirazione rifiutano di essere inseriti nel quadro delle ricerche plastiche e pittoriche che hanno finito per prevalere dalla fine della guerra in poi”.

Ecco Remo Pasetto, un giovanissimo ultraottantenne.

Ugo Andreis

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