Laudato Sì – capitolo II – L’alba

Don Pierino Ferrari con alle spalle l'osepdale oncologico in costruzione

L’ospedale oncologico in costruzione a Rivoltella è il mio tramonto, dalle ore venti alle ventiquattro del giorno. Conoscere com’è stata la giornata credo non sia solo curiosità per chi mi legge: se c’è stato bello o brutto tempo, se tutto è filato via tranquillo, se, se…

Non nego che nel ripercorrere la giornata mi nascano due contrastanti moti interiori: di turbamento, nel dover ripercorrere faticosi sentieri che non m’hanno condotto a nessuna mèta; di soddisfazione per la voglia di rimettere a posto ciò che ho fissato con gli occhi. Molte persone amiche o avversarie pensano che io sia questo, che sia quello, o quell’altro; io, invece, sono un niente. Un nulla che il Regista dirige sul palcoscenico del giorno assegnatogli, per fare or l’una, or l’altra comparsa, oppure per attendere nelle quinte.

Ed ecco l’alba del giorno, con stupore, ancora profondamente fresca.

Sessant’anni e più orsono ho sentito le pareti del mio spirito dilatarsi, come non mi è mai più successo in seguito. Guardando il fenomeno a distanza, mi par di capir qualcosa di ciò che possono aver provato coloro che sono riusciti a spiare oltre il confine delle cose. Abramo vide tre angeli presso Mamré; Mosé il roveto ardente sull’Horeb; Paolo una luce sfolgorante sulla via di Damasco, chiamata la Dritta; Elia, accarezzato da un venticello sulla soglia della caverna situata sull’Horeb, si coperse la faccia col mantello, perché quell’aura era profumata di Dio.

Lo sapranno essi quel che hanno esperimentato. A me è sempre riuscito vano ogni tentativo di esprimere quel che provai.

Dire il che cosa avveniva dentro di me è superiore a ogni espressione verbale o grafica, pur efficace. Una gioia, infatti, che si potesse esprimere a parole non sarebbe più tanto grande: come il dolore.

Potrei lasciare nell’archivio della memoria, ricoperto dalla polvere del tempo, quanto mi è passato in cuore in quei mesi di vita primaverile. Il pudore ne avrebbe un vantaggio, ma non mi par giusto lasciar chiuso un seme in arido sepolcro, se pur non privo della speranza di risurrezione.

Credo che quel seme abbia ancora in sé tanta vita, da meritare di liberarlo da quella interiore prigione, per soffiarlo nel vento. Chissà che la sua avventura lo spinga nel cuore di qualche spirito, capace di farlo germogliare, cosicché ne venga una pianta con fiori e frutti, i cui semi conquistino la terra.

Quando un pensiero forte rumoreggia nel sottosuolo del nostro spirito, finisce, presto o tardi, col trovare una fessura attraverso cui espandersi. Perciò  son deciso a praticare io stesso entro il mio spirito un pertugio, dal quale esca quel punto luce che mi fu stella polare.

È iniziato tutto con la lettura di un libretto di Francesco Luigi di Blois, di cui non ricordo il titolo. Odorava di bucato fresco, perché, tornato dalla Messa, solevo nasconderlo nel buffet, tra le tovaglie che mia mamma ordinatamente vi poneva dopo il bucato.

Era diventato uno scrigno quel luogo ove custodivo il mio tesoro, gelosamente.

Il contenuto, però, m’aveva contaminato. Colpito da quel fascio di radiazioni ero diventato, a mia volta, radioattivo. Mettermi in ginocchio mi procurava un’ineffabile dolcezza, che saliva dal cuore, quasi fosse il concentrato di una nube che, diffondendosi nelle membra, le tonificava.

Mia mamma e mio papà parlottavano tra loro, in quei giorni, e ciò provocava in me, assieme al fastidio per quel loro interesse dissacratorio, un certo contento, perché avevo bisogno che qualcuno mi aiutasse a interpretare quel turbine d’energia, che pareva travolgermi.

In tutti quei giorni di luce non vi fu, tuttavia mai, tra me e i miei genitori, un discorso esplicito. Essi stavano alla loro «finestra» e guardavano dentro la «mia», usando la massima circospezione, per evitare d’essere còlti nella loro funzione ispettiva. Quel ch’io riuscivo ad afferrare erano mozziconi di discorso o rilievi, che appena riuscivo ad afferrare con la coda dell’occhio.

Intanto, facevo la spola tra la casa e il campo prediletto, dal quale, volgendo lo sguardo verso la chiesa, mi sentivo commuovere fino alle lagrime.

Sono state le prime punture d’Amore: la prima affascinante esplorazione nel mondo degli abissi. Non vi è mare capace di contenere i fiumi che Amare vi versa.

Ecco, io cominciavo a sentirmi quel mare, ed era tanto limpida l’acqua che m’inondava, da render trasparente l’abisso, che mi si spalancava dentro. Piangevo e…le lagrime mi liberavano dal peso che mi sentivo in cuore.

In quella libertà  mi smarrivo, per ritrovarmi le gote bagnate, a riprendere il sentiero che costeggiava il rigagnolo, serpeggiante a est della stradicciola dei Pignate.

Era la prima luce dell’alba e il suo splendore mi faceva sognare un giorno di sole, di musica e d’affetti.

Mi son sentito baciare dall’Amore e il suo amplesso m’ha deposto in cuore una sinfonia di consolazione.

Avrei voluto esprimerle, ma non c’erano parole capaci a condurre in superficie quanto avevo scoperto in fondo all’abisso.

E andavo raccontandomi le interiori sorprese, camminando con la fantasia dietro i suoni, che strappavo al pianoforte, ch’era diventato il mio fedele segreto e affettuoso confidente.

La mia terra natale, per cui nutrivo uno smisurato affetto, andava componendomi il suo canto d’addio: lascia il tuo lago, la tua chiesa, il tuo monte, il tuo campo, la tua casa, i tuoi amici, tuo fratello, i tuoi genitori. Vai! Vai!

Era una voce forte,

come quella d’un tuono,

che recita in cielo la sua poesia

d’estate;

come l’eco di mine

ch’avevo sentito esplodere

nella cava del gesso

a Castelfranco di Rogno.

Non era un comando:

era un grido, un sussurro,

un’implorazione.

Vai, vai!

Mi sentivo smarrire per l’incognito dove,

che i lampi scrivevano

dentro le nubi, avvolgenti il mio cielo,

ma il gusto del rischio

la vinse.

Tremava il mio cuore

a ogni parola,

eppure nasceva, dentro quel tremito,

voglia novella

di risentir quella voce:

vai, vai!

Inforcai la bicicletta, portando con me quanto mi poteva servire dentro una valigia, che appoggiai sul manubrio e partii, lasciando un addio nell’aria, ancora turbata dal suono di quel comando, chi sa da dove, venuto.

Don Pierino Ferrari

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