Le 8 R virtuose – Rivalutare e Ricontestualizzare

Persino all’osservatore poco attento non sarà sfuggito che le soluzioni proposte dal mondo politico-economico per risolvere i problemi sociali, economici ed ambientali che affliggono l’uomo contemporaneo sono di pura facciata. Non sono risolutive in quanto non analizzano, e quindi non affrontano in modo pregnante, le cause dei problemi stessi.

Stiamo vivendo in un momento di particolare difficoltà non tanto per le perduranti situazioni negative, ma perché non c’è la sufficiente capacità  di definire serie soluzioni. Ed il tempo per propone rimedi credibili è oramai veramente poco.

Del resto, ricordando il celebre aforisma “ogni popolo ha il Governo che si merita”, per cambiare ed esigere il cambiamento della classe politica, che tali soluzioni dovrebbe elaborare, dobbiamo lavorare intensamente su noi stessi.

Abbiamo ad esempio già parlato della “rivoluzione culturale” necessaria per smarcarci dal consumismo, che sta portando al tracollo non solo l’economia della società dei consumi in cui viviamo, ma soprattutto sta sovrasfruttando il Pianeta.

Serve una rivoluzione che parta necessariamente dal locale, inteso sia come individuo (e nucleo famigliare) che come comunità.

Un percorso interiore non semplice certo e che spesso necessita di una guida.

Il circolo virtuoso conosciuto come quello delle “8R”: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare e riciclare, ideato dall’economista e filosofo francese Serge Latouche,  può essere il giusto punto di partenza.

Consideriamo ora le due prime “R”: rivalutare e ricontestualizzare (o se preferite “ridefinire”), esse sono i punti fondamentali per articolare la decolonizzazione dell’immaginario personale e collettivo dai valori consumistici, che sono parte di ognuno di noi e, conseguentemente, della nostra società.

E’ necessario partire riconsiderando i valori su cui basiamo la nostra vita, rafforzando quelli che permettono di coltivare stili di vita più sobri, di intensificare i rapporti con gli altri, di migliorare e progredire come essere umani.

L’altruismo e la fratellanza devono imporsi sull’egoismo, la collaborazione sulla competizione, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la centralità  dei legami affettivi famigliari e sociali sull’individualismo, la generosità, il dono e la gratuità sul consumo, la partecipazione sull’indifferenza.

Non va sottovalutato o banalizzato quanto appena letto. Questo è il punto di partenza e sicuramente è di difficile applicazione. Tutti noi siamo impregnati di una cultura standardizzata frutto di decenni di esperienze personali e siamo certi che il nostro modo di vivere rappresenti la giusta via, o quanto meno il “meglio possibile”. Provare ad analizzare, e magari criticare, ogni nostro singolo comportamento, ogni scelta quotidiana non è certo semplice quando ci si deve confrontare con noi stessi, partendo per esempio da nuovi punti di osservazione.

Parallelamente a questo lavoro di rivalutazione dei valori fondanti della nostra persona è  necessario ridefinire il significato di alcuni concetti, ovvero ricontestualizzarli (la seconda “R”). Ad esempio la “ricchezza” e la “povertà” dovrebbero non essere pensate esclusivamente sotto l’aspetto economico, così com’è ora. Ricorda infatti l’economista francese Arnaud Berthoud che “ricco è l’individuo che possiede ciò che gli è sufficiente per vivere e godere la propria vita”. Ecco allora che la quantità, la qualità e la varietà dei rapporti che intessiamo e coltiviamo nella nostra vita coniugale, familiare e sociale diventano importanti nella considerazione di quanto un uomo sia “ricco” o “povero”.

Anche il binomio “abbondanza-scarsità” richiede una nuova definizione in quanto, come scrive Jean-Pierre Dupuy, “l’economia attuale [...] trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione”.  Per comprendere questa posizione si pensi alle motivazioni pro-OGM riguardanti la fame del mondo. Secondo i sostenitori degli OGM l’ingegneria genetica è l’unico modo per soddisfare i bisogni alimentari, presenti e futuri, in quanto si parte dall’assunto che la carenza di cibo sia direttamente collegata all’incremento demografico. Eppure molti studi dimostrano che non esiste un connessione tra carenza di cibo e crescita demografica. E’ invece confermato il contrario ed è bene sapere che alcuni studi dell’ONU dimostrano che una corretta programmazione agricola mondiale, unita ad una riduzione dello spreco di cibo, permetterebbe di sfamare 12 miliardi di persone, esattamente il doppio degli attuali abitanti del pianeta!

Con l’ingegneria genetica quindi, scrive Latouche, “i contadini vengono espropriati della fecondità naturale delle piante a vantaggio delle imprese  agroalimentari”.

Il concetto di lavoro stesso, ad esempio, deve essere valutato nell’ottica di una crescita interiore e non come mero sforzo da sostenere per poter soddisfare nuovi desideri di consumo.

Il contributo che un’amministrazione comunale può dare per aiutare a  far nascere e crescere la “rivoluzione culturale” dei singoli non sia da sottovalutare.

Può ad esempio promuovere presso la cittadinanza l’adozione di stili di vita sobri e sostenibili tramite progetti specifici di formazione e informazione. A questo proposito vale la pena di ricordare l’esperienza “Cambieresti?”portata avanti dal Comune di San Felice del Benaco in collaborazione con alcuni cittadini nel 2007.

Il progetto aveva lo scopo di promuovere abitudini e comportamenti virtuosi, stimolando i partecipanti a rimettere in discussione le proprie abitudini e convinzioni partendo proprio dalla rivalutazione dei propri valori.

La riproposizione di questa esperienza, con il coinvolgimento di altri comuni, e penso ad esempio all’Unione dei Comuni della Valtènesi, potrebbe essere uno strumento perfetto per attivare le coscienze verso una critica al cosumismo sfrenato, ma forse proprio per questo non se ne farà nulla.

Altra cosa che una buona amministrazione può fare è creare luoghi e momenti di incontro e socialità. Luoghi dove i cittadini possono scambiare idee ed esperienze riguardanti la propria “rivoluzione”. Purtroppo anche in quest’ambito gli amministratori gardesani non hanno dimostrato la necessaria sensibilità: si scambiano feste e sagre, che tutti conosciamo e che costano decine di migliaia di euro pubblici, per momenti di aggregazione. Lo sono solo marginalmente ed in fondo fanno parte di quello spirito consumistico che si vorrebbe superare. Spesso hanno il solo scopo di mera promozione commerciale, se non di promozione dell’amministrazione stessa.

Simone Zuin

www.simonezuin.it

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