Giuseppe Nodari: uno dei primi fotoreporter della storia

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Lo studioso Edoardo Campostrini, prima alunno e poi docente al Liceo Girolamo Bagatta di Desenzano, è autore di vari libri: l'ultimo è “Girolamo Bagatta: una Vita per un Liceo”

Bella avventura quella di Philippe Daverio, che si è recato in Sicilia per capire l’Unità d’Italia. Dopo aver organizzato la rievocazione della conquista di Palermo da parte dei Garibaldini e la battaglia del Ponte dell’Ammiraglio, con una bella mostra di acquerelli di Giuseppe Nodari (1841-1898), uno dei Mille di Marsala, egli ha concluso le manifestazioni palermitane nel 150° anniversario dell’impresa di Garibaldi nel Regno delle due Sicilie. Non contento di tutto ciò Daverio esce ora con un’edizione sfolgorante degli albi garibaldini di Nodari: “L’avventura dei Mille. La spedizione di Garibaldi attraverso i disegni ritrovati di Giuseppe Nodari”, a cura di Daverio stesso, con prefazione di Franco Della Peruta e testi di Roberto Guerri, Rizzoli, euro 60.

Veramente una bella avventura, cominciata a Desenzano, “in una casa antichissima sul Lago di Garda”, dove a Daverio sono stati consegnati i disegni e gli acquerelli del garibaldino Nodari. Nel giardino di quell’antica casa, dice Daverio, “sopravvive tuttora il melograno che ispirò il canto del Carducci, il quale da quelle parti veniva a tenere gli esami del liceo e frequentava la famiglia” (p. 39). Orbene, con tutta la simpatia che si può avere per gli entusiasmi di Daverio, la verità ci impone di precisare che il verde melograno/ da’ bei vermigli fior che anima e vivifica Pianto antico di Carducci aveva la sua sede a Bologna nel cortile della casa di via Broccaindosso dove abitava il poeta quando scrisse il suo capolavoro nel giugno 1871.

Nell’antica casa gardesana, dove il preside del liceo, Giovanni Rambotti, ospitò il poeta maremmano nel luglio del 1882, ci sarà pure stato un melograno, che però non poteva ispirare una poesia composta 11 anni prima. Senza contare che il melograno di casa Ramobotti dovrebbe avere oggi non meno di 130 anni, decisamente troppi per un arbusto che, a quanto dicono i botanici, può massimo arrivare a cento anni. Ma tutto questo non inficia il grande merito dell’opera di Daverio che è la divulgazione dei preziosi albi garibaldini di Giuseppe Nodari.

Autoritratto di Giuseppe Nodari alla battaglia del Volturno, 1 ottobre 1860

Il libro, nell’ultima parte, ripropone integralmente le 137 pagine dell’album piccolo. I 20 acquerelli dell’album grande sono invece disseminati lungo il percorso narrativo dell’opera in ottime riproduzioni a tutta pagina e con dimensioni di poco inferiori agli originali. A dire il vero tutto questo materiale era già stato pubblicato, sia pure in forma più modesta, nell’edizione 1960 dell’opera di G. C. Abba, “Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille”, che l’editore Zanichelli di Bologna (e non di Brescia, come vorrebbe Daverio) aveva pensato di impreziosire illustrandola con gli acquerelli di Nodari.

Grazie alla fatica di Daverio il lettore di oggi ha modo di ammirare, in una splendida forma grafica, l’opera pittorica di Giuseppe Nodari, che riveste non solo un valore artistico ma anche un interesse documentario davvero eccezionale. Un esempio può valere per tutti. Nel foglio riprodotto a p. 121 infatti si può leggere una indicazione che vale come chiave interpretativa dell’intera collezione. In alto a matita Nodari ha scritto “Storia veduta”. L’autore si deve essere accorto in qualche modo che si stava inaugurando un modo nuovo, modernissimo, di raccontare la storia, non più a parole, ma per immagini. Senza saperlo Nodari si trasformò in una specie di fotoreporter.

Il lettore moderno rimane avvinto e affascinato di fronte ad un acquerello come questo, in cui ci viene mostrata la V compagnia al momento della lettura dell’ordine del giorno del 26 maggio 1860. Sono le 4 del pomeriggio. Dei 37 garibaldini solo 3 hanno la camicia rossa. Pochi hanno divise militari, tra loro diverse. I più vestono abiti borghesi. Tutti ascoltano con grande serietà le parole del comandante. Sul prato, su due stuoie c’è del pane in abbondanza, due forme di formaggio, un sacchetto forse di cipolle, qualche barilotto di vino. Tutto è semplice e composto. Nessun mito, solo la realtà.

Questa è la storia vera dei Mille, almeno nella prima fase, da Quarto a Palermo. Poi tutto è cambiato, un po’ alla volta. E il cambiamento ha fatto sì che Nodari non avesse altro da aggiungere a questa iniziale miracolosa “storia veduta”. Quella che Nodari ha raccontato non era una banale avventura. Lui ci ha raccontato storie di uomini, storie grandi e uniche, perché ogni uomo pensa di essere unico e irripetibile. E questa unicità può essere testimoniata nel modo più semplice, come fa Nodari elencando i nomi unici e irripetibili dei suoi compagni e li scrive perciò a matita, in basso a sinistra del foglio, che quasi non si leggono e spariscono nell’erba del prato, a fare un tutt’uno con la realtà delle cose.

Il secondo grande merito del lavoro di Philippe Daverio è di offrire a tutti la possibilità di conoscere Giuseppe Nodari, comunque già noto in passato alle persone dotte, come garibaldino, pittore e medico. Nativo di Castiglione delle Stiviere, fu studente per quattro anni nel prestigioso ginnasio di Desenzano, uno dei più antichi e gloriosi d’Italia. Dopo la battaglia di Solferino, a cui partecipò come volontario tra le truppe francesi, si arruolò a Bergamo tra i Cacciatori delle Alpi e quindi tra le guide di Garibaldi a Bologna. Il 5 maggio si imbarcò a Quarto sul Lombardo. A Marsala fu caporale, a Palermo sergente. A Messina, distintosi in un furioso combattimento, fu promosso sottotenente.

Oltre questo grado non andò e non fu mai colonnello, come troppo generosamente vorrebbe P. Daverio (p. 30). Ritornato alla vita civile (dopo il 1866, che lo vide a Bezzecca con Garibaldi per l’ultima volta), si laureò in medicina a Padova. Fu assistente presso quell’Università, poi libero docente e infine docente incaricato di medicina legale. Non raggiunse mai il titolo di professore ordinario, sempre come troppo generosamente vorrebbe P. Daverio (p. 42). Essendo “artista nato”, come ben disse di lui G. C. Abba, Nodari durante i lunghi anni di insegnamento universitario produsse una quantità incredibile di figure illustrative, da usare come tavole murali per l’insegnamento in Università (anche ad uso dei colleghi), oppure per corredare le più svariate pubblicazioni scientifiche proprie o altrui.

Milite del bene fatto con alto animo” come di lui disse G. C. Abba, Giuseppe Nodari, meritava di essere ricordato in una grande opera uscita nel corso delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Poco importa se Daverio non è sempre stato preciso e accurato.

Edoardo Campostrini

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