La raccolta differenziata a Padenghe: la lettera di un lettore

Buongiorno
leggo sul n.05 del 21 gennaio 2011 l’articolo a firma di Simone Maraggi, Consigliere Comunale di Padenghe s/G riguardante il problema della raccolta rifiuti a Padenghe e mi permette, se mi è consentito, esporre alcune considerazioni in merito (considerazioni già espresse anche alla stessa Amministrazione Comunale di Padenghe, con attenzioni e riscontri lusinghieri).

Ho partecipato mercoledì 24 novembre alla conferenza sulla gestione dei rifiuti organizzata dall’Assessorato all’Ecologia. Non conoscevo il relatore prof. Paul Connett, ma una ricerca in “rete” fa scoprire una notevole attività del professore a propaganda della sua tesi “rifiuti zero” e qualche caustico commento. Lungi dal condividere il lapidario giudizio negativo espresso dal presidente di Enia, Andrea Allodi, in un confronto televisivo a Parma, della serata a Padenghe è rimasta una sorta di sconcerto per il modo quasi folkloristico da predicatore americano con tanto di canzoncina tipo “ meno male che Silvio c’è”, nell’esporre la propria filosofia e per la vaghezza e superficialità nel trattare un tema così ampio, complesso e spinoso quale il trattamento dei rifuti. Ho pensato che un modo così elementare e gigionesco di argomentare fosse influenzato dalla platea di un piccolo paese, ma nel solito vagare per “rete”, scopro che le parole, le diapositive, gli atteggiamenti , sono sempre gli stessi da anni a questa parte, qualunque sia l’interlocutore, qualunque sia il contesto in cui si svolge la conferenza o l’intervista. Nulla di nuovo sotto il sole. Così come rimane granitica la condanna senza appello dei termovalorizzatori, rimane incrollabile la fede nella raccolta differenziata. Di fronte alla impossibilità oggettiva di un confronto a termine della conferenza, vista la difficoltà di dialogo in termini linguistici, mi permetto di usare questa lettera come mezzo di contraddittorio, se non nei riguardi del prof. Connet, almeno con chi ha promosso e organizzato l’evento. Per quanto in mio potere, mi sono sempre interessato ai problemi dell’inquinamento e della salvaguardia dell’ambiente. A metà degli anni sessanta, ricordo giornate passate a fotografare, al mio piccolo paese del varesotto, gli scarichi colorati di una tintoria, gli scarichi schiumosi di una cartiera e quelli maleodoranti di una conceria, per denunciare, almeno a livello locale, l’inquinamento del fiume Olona. E negli anni a venire, l’interesse per queste problematiche non si è mai assopito, anche per via della mia attività lavorativa che mi ha portato a gestire situazioni di diverse e differenziate realtà produttive (dall’ industria cartaria a quella alimentare e conserviera, fino alla fonderia) anche con mansioni e responsabilità inerenti inquinamento e trattamento degli scarti di lavorazione, sempre cercando di rimanere aggiornato sulle nuove tecnologie di salvaguardia, e nel contempo cercando di tenere il pensiero aperto e libero da facili entusiasmi e da crociate più o meno giustificate. Non sono un fautore dei termovalorizzatori, ma condannarli senza appello per principio o per strumentalizzazione perché così è di moda oggi, mi sembra alquanto banale e soprattutto mostra quanto poco si conosca del ciclo dei rifiuti e di come sia trattato con sufficienza. Una delle accuse che il prof. Connett enfatizza con maggior vigore è l’emissione di polveri sottili (pm10 e pm2.5) nei fumi di scarico di questi impianti. Vero, anche se le moderne tecnologie tendono a controllare sempre più queste emissioni. Non va dimenticato comunque che il particolato fine (pm10 e pm2.5) è presente soprattutto nelle emissioni inquinanti provenienti dall’industria, dal traffico e dal riscaldamento domestico. Tutte fonti che a differenza degli scarichi di un termovalorizzatore, sfuggono ad ogni controllo e ad ogni regolazione. Questo, beninteso, non significa che “mal comune mezzo gaudio”, ma solo che le argomentazioni detrattive sui termovalorizzatori dovrebbero avere altro spessore, anche considerando che uno dei pregi di questi impianti è la produzione di vapore per il teleriscaldamento che alla fine annulla una delle cause principali di emissioni di particolato fine e cioè il riscaldamento domestico singolo. Cardine della crociata “rifiuti zero” del prof. Connett è la raccolta differenziata, presentata come la panacea di ogni male e l’alternativa ad ogni altro sistema di smaltimento dei rifiuti. Innegabile è il valore di simile iniziativa, ma non bisogna dimenticare che attualmente non tutto si può riciclare e quindi alla fine, nonostante l’impegno e la buona volontà rimangono solo due alternative: la discarica o il termovalorizzatore. Anche alcuni dei materiali più comunemente differenziati, quali la plastica e la carta, presentano delle incompatibilità per un trattamento di riciclo. Alcuni tipi di plastica sono inadatti al riciclaggio, per altri risulta non conveniente in quanto il costo per il ciclo di trattamento è superiore a quello di produzione con materiale vergine. Alcuni tipi di carta non si riciclano e comunque il trattamento può essere fatto per cinque-sei volte, dopo di che le fibre di cellulosa si sfaldano risultando inutilizzabili. Un aspetto troppo spesso ignorato, non so se per calcolo o per ignoranza, è che ogni lavorazione di recupero è un processo industriale e come tale fonte di inquinamento, delle acque, dell’aria, dell’ambiente. Il processo di sbiancamento della cellulosa ricavata nel riciclo della carta si basa sull’uso di composti ossidanti, spesso derivati del cloro che, se dispersi o non opportunamente trattati, possono inquinare i corsi d’acqua. Nel riciclo chimico della plastica, a seconda dei sistemi utilizzati servono temperature molto elevate che vanno dagli 850° nel processo di pirolisi, fino ai 1600° in quello di gassificazione, per non parlare delle sostanze tipo glicol tereftalico, metanolo e ammoniaca usate come reagenti in altri sistemi. È fuori dubbio che la raccolta differenziata è un passo importante della stategia dei rifiuti e che deve essere incentivata con ogni mezzo, senza dimenticare però che ogni azione ha una sua reazione, ogni pro ha un suo contro. Non esiste la bacchetta magica che risolve il problema dei rifiuti, bensì il giusto equilibrio nell’uso di tecnologie, soluzioni e strumenti, senza prese di posizione dettate molte volte dall’opportunità e dal tornaconto di cavalcare l’onda di un problema molto avvertito.

Il prof. Connett fonda la sua teoria “Rifiuti Zero” sul presupposto di una combinazione di tre livelli di responsabilità: quella industriale che avviene all’inizio del processo, quella della classe politica, che fa le leggi, quella della comunità, nella fase finale del processo. Non sono un pessimista e mi piace vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, ma combinare queste tre responsabilità, francamente mi sembra un sogno utopico. L’industria segue le sue regole del profitto come è giusto che sia e non sempre queste regole tengono in considerazione aspetti sociali e problematiche ambientali. Se una produzione socialmente sostenibile è redditizia, è l’industria stessa a farne un cavallo di battaglia, altrimenti qualunque problema viene semplicemente ignorato. La classe politica attuale, purtroppo affronta un problema solo in termini di consensi elettorali e tornaconti. Se guadagno voti ed appoggi faccio la legge. In caso contrario ci penserà qualcun altro. Buon ultima, in questo triangolo virtuale è la comunità, con tutte le sue pecche, l’indifferenza, il quieto vivere, l’ignoranza verso un problema. Non credo che la comunità, nonostante tutto il potere che teoricamente possiede, possa influenzare le scelte dell’industria o gli obiettivi della politica. Un piccolo esempio. Troppo ingiusto il prezzo del carburante? Proviamo per un mese a boicottare una delle compagnie petrolifere. Facciamo benzina in tutti gli altri distributori tranne che in quelli di quella compagnia. Non ci costa nulla, non ci cambia la vita e le nostre auto continuano a viaggiare. Il mese dopo rivolgiamo la nostra silenziosa protesta ad un altro marchio e così via. Forse qualcosa alla fine cambierà. Ma il problema è solo uno, semplice: chi mette d’accordo la comunità? O meglio, come mettere d’accordo la comunità?

Non resta dunque che fare ognuno, per quel che ci compete, la nostra parte di responsabilità civile, sperando che chi ci amministra, piccolo o grande che sia la città o il paese, persegua obiettivi lontani dai giochi politici, dagli intrallazzi di potere, senza lasciarsi incantare da facili utopie di moderni “guru” che trovano il modo di cavalcare la tigre di una preoccupazione e di uno scontento. La gestione dei rifiuti è un affare colossale ( non a caso concupisce la criminalità organizzata), a partire dal basso, da chi la raccolta la realizza fisicamente, salendo fino alla gestione dello smaltimento e del trattamento  più o meno differenziato. Un affare che costa ai cittadini e alle amministrazioni. E dal basso allora dovrebbero prendere corpo iniziative tese a rendere più agevole alla comunità l’impegno a collaborare e mirate a un contenimento dei costi così da rendere eventuali risparmi utilizzabili in incentivi e ricerca di nuove soluzioni. In tutto il gran parlare di rifiuti non ho ancora sentito una voce suggerire che forse si potrebbe iniziare dal contenere alla fonte il volume dei rifiuti (volume inteso non come quantità, ma come massa) così da evitare di riempire i cassonetti e i mezzi della raccolta non solo di sacchetti  per metà pieni d’aria. Potrebbe essere un nuovo passo, assieme ad altri già esistenti e i risultati potrebbero sorprendere.

Ambrogio Frigerio

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