Laudato Sì: il mistico senso del nome

Don Pierino Ferrari con alle spalle l'osepdale oncologico in costruzione

Dare il nome a una creatura significa offrire a chi la conosce il senso del suo chiamarsi così.

L’edificio che porta il nome di Laudato sì’ sorge su quello che fu il Seminario Serafico dei Padri Francescani Conventuali. Per quarant’anni in quel luogo tanti giovani si misero alla sequela di san Francesco, l’autore del Cantico di frate sole.

La mia stessa vita sacerdotale assunse un’impronta francescana, a motivo della guida spirituale, che ricevetti in dono da due eccellenti anime francescane: Madre Giovanna Francesca dello Spirito Santo, fondatrice delle missionarie Francescane del Verbo Incarnato e di padre Bonaventura Romani, grande amico di San Padre Pio.

La spontaneità  con la quale mi venne sulle labbra il nome, con il quale chiamai quel luogo “Laudato sì’” ha quindi una profonda radice nel mio spirito, imbevuto di francescanesimo.

Per far conoscere a quanti mi leggono come quel luogo sia vegliato dal Divino Regista mi permetto di narrare una scena, a me tanto cara, perché misteriosa.

Un mattino mi recai sulla darsena, mosso dalla mia volontà. Osservando la mole del vecchio edificio,  mi venne di prendere la penna e un foglio di carta qualsiasi, di cui ero in possesso e, quasi rapito, così scrissi, senza che la penna si fermasse, una sorta di storia della mia vita, con un finale a sorpresa:

L’Artista Divino

dentro il mistero de’ tempi,

il pennello prese

tra le sue abili mani

a tinteggiare un fondo

su’ la tela dell’anima mia.

Era d’autunno.

Degli artisti

allor tanto sapevo e niente altro,

ch’eran originali

nell’arte loro e nella vita.

Non era gran scienza quella,

ma ciò bastò

a lasciar che l’Artista mio

in pace

dentro l’anima mia

si muovesse.

Mentr’Egli l’opera sua

svolgeva,

io, attonito, guardavo

senza nulla capire

di quel che il pennello dicea,

ma i tocchi, che l’Artista,

un dopo l’altro

su’ l’alma deponeva,

tanta dolcezza a me offrivan,

da non saper esprimerne

l’emozione.

Quale di primavera l’auretta

tra i sentieri d’un giardino in fiore

il volto t’accarezza,

deliziandoti co’ suoi profumi,

tale benessere a me

quelle pennellate

nel santuario del cor

sussurravano.

Intanto gli anni

agli anni succedevansi.

Il Divino Artista

mai il pennello suo depose

e giorno e notte

la Sua abile Mano

sogni dipingeva

da calar nel tempo e nello spazio.

L’interiore emozione

in superficie salìa a dilettare gli occhi

con volti amici

e a popolar gli spazi

di tende accoglienti.

Fin qui

pur tra lagrime e gioie,

ogni sogno realtà divenne.

Ora, però, l’Artista

un altro pennello

tra le mani prese

e, a caratteri cubitali,

in dorata tinta,

un altro sogno dipinse.

Come lessi,

pensavo l’Artista

volesse da me una lode

per l’Assisiate.

Allora, cosa che mai feci,

osai il mio labbro

a Lui aprire, dicendo:

Che significa questo sogno

sì grande e d’oro ornato?”

Finora – rispose l’Artista –

Sogni di ferro,

di bronzo e d’argento

ti rivelai da svolgere nel tempo.

Posso dire che tutto traducesti

secondo programma.

Qui il Cielo t’aspetta,

per far conoscere al mondo

chi Egli è”.

Il panico mi prese tanto,

che i ginocchi

un contro l’altro

a tamburellar si misero.

Le labbra si serrarono

e nulla voce da esse

per lungo tempo

uscì.

Perché il tuo cuore – riprese

l’Artista –

smarrirsi sembra

dentro i brillanti colori

di questo sogno?

Credi, forse, che a Me

l’impossibile resista?

Fatti animo e credi.

Molla i tuoi freni e spera,

sai bene che Amor

tutto sa compiere:

questo è il Verbo

dal Cielo a te svelato”.

Allora, dal sogno estasiato

Risposi: “Laudato Sì”.

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