Ristrutturare e ridistribuire – Terzo capitolo delle “8 R virtuose”

La rivoluzione culturale che ognuno di noi deve intraprendere per contribuire alla creazione di una nuova società smarcata dal consumismo e dalla crescita illimitata parte da un cambiamento di valori, di stile di vita e di mentalità tali che difficilmente può trovarsi in sintonia con l’attuale sistema produttivo.

Si rende necessario, quindi, come ricorda Serge Latouche, “adattare il sistema di produzione ed i rapporti sociali in funzione di un cambiamento di valori” in modo da permettere alla società di uscire dalla logica della crescita illimitata e per ridurre l’impatto delle aziende e dell’uomo sul pianeta.

Si deve partire necessariamente da un riconversione dell’offerta passando, lo scrive Maurizio Pallante, “dalla commercializzazione di beni durevoli alla commercializzazione dei servizi che offrono. [...] non si comprano fotocopiatrici, ma il servizio di fotocopiatura; [...] non si comprano combustibili ma il servizio calore”.

Diviene auspicabile, quindi, ottenere un sistema produttivo che sposti, quando possibile, la domanda dai beni materiali verso lo sviluppo di beni relazionali intesi, loricorda Mauro Bonaiuti, “come quel particolare tipo di “beni” che non possono essere goduti isolatamente, ma solamente nella relazione tra chi offre e chi domanda. Esempi di questo tipo di “beni” sono i servizi alla persona (cura, benessere, assistenza), ma anche l’offerta di servizi culturali e artistici”.

Altro passo necessario è quello di effettuare una vera e propria riconversione di alcune tipologie di industria, come ad esempio quella automobilistica che, se rivista almeno in parte, può contribuire alla costruzione e alla diffusione di micro-cogeneratori utili per la produzione contemporanea di calore ed energia elettrica. Analogamente è auspicabile una riconversione dell’industria agroalimentare, così come la conosciamo oggi, verso un modello centrato sull’idea che il cibo deve sfamare l’uomo e non può essere considerato solo una merce. Il cibo deve ridiventare, riproponendo lo slogan di Slow Food, “buono, pulito e giusto”.

Considerando poi la valenza del “locale” nel circolo virtuoso delle 8R ci sono almeno due aspetti da tener presenti in fase di pianificazione ed attuazione della ristrutturazione produttiva. Il primo riguarda l’aspetto della rilocalizzazione delle imprese (discorso che riprenderemo con l’analisi della quinta R: rilocalizzare), che prevede di produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione.

Il secondo aspetto impone l’analisi delle realtà produttive esistenti e riconvertite in uno specifico ambito territoriale, al fine di passare dal concetto di “distretto industriale” a quello di “bioparco industriale”, sull’esempio di Terneuzen in Olanda. In un bioparco le aziende sono interconnesse tra loro e oltre ad avere in comune una serie di servizi (come ad esempio i trasporti alleggerendo sensibilmente i costi ed il numero di mezzi circolanti), pianificano e gestiscono i rifiuti in modo che gli scarti di lavorazione di una azienda siano la materia prima di un’altra, con notevole riduzione dell’impatto ambientale del complesso industriale. Proviamo a pensare, ad esempio, cosa potrebbe significare realizzare un network tra le aziende della Valtènesi e del basso Garda. Mettere in comune logistica, servizi e scarti di produzione, al fine di reinserirli nel ciclo produttivo. Una sfida che potrebbe essere raccolta da un consorzio fra Comuni, Provincia, Associazioni di categoria e dal gestore Garda Uno. Un sogno? forse, ma a Terneuzen ci sono riusciti.

La ristrutturazione dovrà ovviamente affiancarsi alla rivoluzione culturale dell’individuo stesso andando a modificare i rapporti sociali di produzione. Il produttivismo, che sia di stampo capitalistico o marxista, ovvero l’idea che quanto più si crescano le forze produttive, tanto più l’umanità progredisce, non lascia spazio ad un miglioramento dell’elemento umano e sociale presente nell’organizzazione del lavoro.

È necessario adottare forme di lavoro che prevedano una sensibile riduzione dell’orario di lavoro, il part-time e il telelavoro, per permettere una diversa gestione del tempo dell’individuo.

Va seriamente valutata e perseguita l’idea di rinunciare, quando sia effettivamente possibile, alla produzione di massa di beni e servizi a favore di forme alternative di organizzazione aziendale, che mirino alla realizzazione di prodotti utili e necessari nonché duraturi nel tempo. Vanno altresì incentivati quei settori produttivi che si sviluppano all’interno di una economia fondata sulle energie rinnovabili. A questo proposito sono particolarmente interessanti quelli individuati dall’economista americano Lester Brown: la produzione di mulini a vento e delle relative turbine, l’industria della bicicletta, la produzione di pannelli fotovoltaici, la produzione di idrogeno e dei relativi motori, le metropolitane leggere, l’agricoltura biologica e l’attività di riforestazione.

Ed è proprio con una ristrutturazione del sistema produttivo, che preveda una riduzione dell’orario di lavoro e la creazione di nuove professioni legate ai settori ecosostenibili, che possiamo ottenere una ridistribuzione del lavoro con un incremento dell’occupazione.

Il concetto di “ridistribuire”, presente nel circolo virtuoso delle 8R, rimanda all’etica della spartizione, che diventa inevitabile richiamare se pensiamo che l’occidente con il proprio 20% della popolazione mondiale consuma più dell’80% delle risorse naturali. Infatti con “ridistribuire” si intende una nuova ripartizione delle ricchezze e dell’accesso al patrimonio naturale tra il Nord e il Sud del mondo, ed a cascata all’interno di ciascuna comunità, garantendo condizioni di vita dignitose per tutti.

Simone Zuin

www.simonezuin.it

 

One Comment

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