Un ristorante alla pieve di Sant’Emiliano: a Padenghe in parroco annuncia le proprie intenzioni dal pulpito

Una vista d'insieme dell'area della pieve romanica del XI secolo

La sacralità di un luogo spesso è determinata dalla sua storia, dalla sua tradizione e dall’atteggiamento pio e devoto di chi lo frequenta. Interferenze di cattivo gusto, non c’è dubbio, la possono intaccare dal punto di vista storico-artistico e da quello religioso. Capita di vedere quelle orrende bancarelle di dolciumi fuori dai cimiteri a novembre, o San Faustino. L’uomo ha bisogno di parola di vita, ma anche di pane: non per questo si giustificano frittelle e ciambelline in mano quando si è raccolti nel pregare. Mangiare non è affatto immorale, ma chi potrebbe sentire il bisogno di un ristorante accanto a un santuario. Di fronte a tale assurdità, almeno ci si augurerebbe che il menu fosse appropriato: capelli d’angelo, animelle, torta paradiso e vin santo. Niente pollo alla diavola o strozzapreti, mi raccomando! Ma si tratta solo di un pensiero immaginario, ovviamente. (DISEGNO: Bante)

A Padenghe sul Garda da un anno si discute dell’intenzione del parroco Don Bruno Negretto di adibire a ristorante un fabbricato a fianco della pieve romanica di Sant’Emiliano, risalente al secolo XI. Immediata è arrivata la scomunica da parte del Comitato per il Parco delle Colline Moreniche del Garda.

I rapporti con il diacono non sono mai stati idilliaci. Nel 2006 ebbe un così duro scontro con l’allora sindaco di centrodestra Giancarlo Allegri per una pista ciclabile che avrebbe disturbato le cerimonie della chiesetta, tanto da richiamare gli scontri epici di don Camillo e Peppone. A salvare la sacralità del luogo da violenti ciclisti oggi si trovano due sbarre all’ingresso dei terreni di proprietà della parrocchia. In tempi molto più recenti sembra abbia dato il proprio diniego al monastero dei Frati di Bose, che chiedevano di adibire gli immobili della cascina a centro studi.

Data la vocazione spirituale e artistica, l’area andrebbe salvaguardata. E proprio con questa intenzione nel 2008 Comune ha siglato con il prete una convenzione per salvaguardare, conservare e valorizzare un patrimonio monumentale, architettonico, artistico, archeologico e paesaggistico. Il Comune si era 440mila euro, mentre la Regione aveva erogato 250mila euro.

La giunta di centrosinistra preferisce tenere i toni pacati, ma c’è preoccupazione. Nel testo siglato si specifica che l’uso di chiesa e casa padronale è condiviso, quello della cascina è esclusivo della parrocchia e vi si possono realizzare “l’alloggio del custode, locali per attività culturali e un punto ristoro”, che dovrebbe avere accesso pedonale dai Via Gramsci e Via Ronchi.

Il sindaco Patrizia Avanzini augura una interpretazione di buon senso, perché tra un punto ristoro a servizio del complesso e un ristorante intercorre una grande differenza, ma a gennaio il prete ha annunciato ai fedeli le sue mosse, proprio dal pulpito. EG

Leggi anche la lettera di un fedele

6 Comments

  1. Giorgio scrive:

    Grazioli, sei proprio un comunista venduto!!!!!!!!!!!!

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    • Un commento mero e spropositato ed errato insulto non andrebbe approvato, ma sostengo il diritto che le persona dicano quello che pensano, anche se non condivido il pensiero. Però questo mi sembra un caso in cui la verità è stata cambiata per essere adattata al proprio pensiero, ma dovrebbe essere il contrario. Non saprei da cosa può essere nato questo suo commento. Lo trovo inesatto e, riguardando me, sono sicuro essere ben lontano dalla realtà. Però – è una promessa – non appena sarò venduto, sarò contento di invitarla a cena: allora potrà dirmi “Vede, almeno in parte avevo ragione”. EG

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  2. Ginetti Gino scrive:

    Leggo con stupore molte discussioni sul web in cui persone totalmente disinformate dei fatti si lasciano andare a battute e falsità su questa vicenda.
    E’ ridicolo come ci si appigli alla sacralità del luogo o al fatto che sino ad ora siano stati spesi soldi pubblici per eseguire opere tra l’altro discutibili… ma tutti questi paladini della tutela ambientale, della sacralità del luogo vanno mai a vedere effettivamente in quali condizioni versi la pieve di Padenghe e la zona circostante?… un cantiere sempre aperto con evidenti problematiche di sicurezza, un totale degrado della vegetazione, e un ambiente lasciato solo a se stesso (basti pensare ai furti che si sono verificati in cui sono venuti a mancare preziosi componenti architettonici interni).
    Il dubbio che sorge, e che presumibilmente ha ispirato Don Bruno Negretto è il seguente: ma non sarà che trovando una giusta e ponderata entrata economica si possano trovare le risorse per riportare allo splendore l’area, valorizzandone il contenuto e favorendo il fatto che anche persone non residenti abbiano occasione di visitare il luogo e godere dell’incantevole vista?…non ne trarrebbe forse beneficio anche la comunità?…
    A quanto pare molte persone non la pensano così e si lasciano andare a stupide battute ed a vignette che alterano la verità dei fatti facendo perdere di vista questo obiettivo.

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    • GIULIO scrive:

      penso che il don bruno abbia molto più a cuore le tasche che le anime . Abito a padenghe e mi ha creato problemi anche personali (non economici).
      Per esperienza diretta posso dire che ha rovinato la vita a persone che mi sono accanto . Non è sicuramente un prete che crede al segreto confessionale .
      Posso solo ringraziarlo ( ironicamente ) , mettero piede in parrocchia quando lui sarà da un altra parte . Sapete da quanti anni è parroco a Padenghe ? ci sarà un perchè.

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  3. Lettore stupito scrive:

    L’accusa mossa da Giulio mi sembra di una considerevole gravità. Il Codice di Diritto Canonico punisce con la scomunica latae sententiae la violazione del segreto. Inoltre per questo genere di delitto la remissione della scomunica è riservata alla Santa Sede (Canone 1388, primo comma – si legga http://www.vatican.va/archive/ITA0276/__P51.HTM). Credo pertanto che un’accusa del genere non possa essere fatta per allusioni, ma vada fatta, se corrispondente al vero, in modo puntuale: il prete ha realmente violato il sigillo? Se sì, quando? Che provvedimenti sono stati presi? Con quali conseguenze? La scomunica è stata rimessa?

    Non per fare il pignolo, ma l’accusa è davvero grave e non trovo accettabile che si mini in modo allusivo la fiducia nel servizio di un sacerdote, a meno che non vi siano motivi fondati per farlo, ma in tal caso, ripeto, va fatto in modo circostanziato, chiarendo la realtà delle cose. Saluti

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  1. Sant’Emiliano, la lettera di un fedele padenghino « Corriere del Garda

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