Il Festival internazionale del cinema di Berlino

La sessantunesima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino ha confermato la città tedesca capitale del cinema e del suo mercato. La manifestazione, in programma dal 10 al 20 febbraio con una giuria presieduta da Isabella Rossellini, è stata aperta in grande stile dai fratelli Coen che, dopo Il grande Lebowski, sono tornati insieme a Jeff Bridges sul tappeto rosso del Filmpalast con il western drama True Grit, che vanta tra i suoi protagonisti anche Matt Damon e Josh Brolin.

 

Nessun italiano era in concorso: solo Qualunquemente di Giuliano Manfredonia con Antonio Albanese per la sezione Panorama e Gianni e le donne di Gianni De Gregorio in Berlinale Special a rappresentanza nazionale. Sulla scia del successo che la simil-commedia all’italiana sta vivendo grazie agli spunti della tragicomica realtà del nostro Paese, il film di Manfredonia è stato ben accolto anche in terra tedesca, perfettamente informata sui fatti politici degli ultimi tempi.

 

Sedici le pellicole presentate in gara per il 61° Orso d’Oro, tra cui diverse opere d’esordio. I titoli più attesi si sono confermati Margin Call, il Wall Street thriller diretto da J.C. Chandor, alla sua prima regia e interpretato da Kevin Spacey e Paul Bettany, lo shakespariano Coriolanus, con debutto dietro alla macchina da presa di Ralph Fiennes, la co-produzione The future diretta da Miranda July, l’iraniano Jodaeiye Nader az Simin (Nader And Simin, A Separation) di Asghar Farhadi, Orso d’argento per la miglior regia per About Elly nel 2009, la pellicola di Bela Tarr Ta Torinói Ló (The Turin Horse) e l’animazione Les contes de la nuit (Tales Of The Night) del francese Michel Ocelot, che asseconda la tendenza al 3D, sempre più presente e spesso non così necessario o funzionale ai film.

 

Senza grandi sorprese, forse per via di una selezione ufficiale non proprio equilibrata il film di Asghar Farhadi ha vinto l’Orso d’Oro, aggiudicandosi anche l’Orso d’Argento per la miglior attrice e il miglior attore andati all’insieme del cast femminile e maschile. Una pellicola importante, di forte identità stilistica e necessaria per il contesto storico e politico di forte attualità che raffigura. Attraverso la storia della separazione tra due coniugi, lui legato alla tradizione e lei invece protesa verso futuro, emergono le contraddizioni e le tensioni della società iraniana contemporanea.

 

Il Grand Prix della Giuria invece è giustamente andato, accontentando la critica, allo splendido The Turin Horse – Il cavallo di Torino, dell’ungherese Tarr, che ha poi annunciato in conferenza stampa il suo abbandono alla regia, definendo questo suo ultimo, il più disperato dei suoi disperati film, il suo canto del cigno al cinema. l film è liberamente ispirato all’episodio che ha segnato la fine della carriera di Nietzsche, quando il 3 gennaio 1889, in piazza Alberto a Torino, lui stesso si gettò, piangendo, al collo di un cavallo brutalizzato dal suo cocchiere e poi perse conoscenza. Una pellicola bianco e nero rigorosissima e quasi senza dialoghi, sviluppata sulla ritualità del trascorre di sei giorni nella vita di padre, figlia e cavallo, in una casa di campagna isolata durante una tempesta di vento. Vento che diventa colonna sonora e un tutt’uno con la musicalità della stessa, per tutti i 150 minuti di fascino magnetico che rapiscono lo spettatore.

 

Tra i fuori concorso, invece, 6 film in tutto compresi i Coen, ha spiccato il documentario 3D Pina, di Wim Wenders dedicato a Pina Bausch, un progetto nato a fianco della protagonista, che Wenders ha voluto portare a termine, seppur stravolgendone la sceneggiatura iniziale, anche dopo la prematura scomparsa di lei.

Un documentario insolito, dalle fascinazioni teatrali più che cinematografiche, che si nutre della presenza spirituale della fondatrice del Tanztheater di Wuppertal. Un’esperienza visiva e sensoriale che avvolge lo spettatore e lo guida nell’universo di Pina, attraverso la sua eredità artistica e umana, raccolta dai suoi discepoli e fatta rivivere nello scorrere delle immagini delle quattro coreografie, dove sono protagonisti indiscussi, il suo personalissimo sguardo sul mondo e la sua capacità di leggere attraverso le persone.

 

Due gli eventi speciali. La proiezione di Offside Iran di Jafar Panahi, per la serata dedicata al regista al quale il festival ha dimostrato totale solidarietà e che ha dovuto purtroppo lasciare vuota la sua poltrona da giurato, e l’anteprima europea del documentario in versione 3D, Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog, Presidente di Giuria della sessantesima edizione della Berlinale. La retrospettiva di quest’anno, infine, è stata dedicata a Ingmar Bergman, Orso d’Oro nel 1958 per il magistrale Il posto delle fragole, scomparso nel 2007. È l’autore che forse più di tutti si è addentrato nelle tematiche dell’esistenza umana esplorandola nel suo essere vita, morte, peccato e moralità, attraverso il cinema ma anche il teatro e la letteratura.

Veronica Maffizzoli, direttrice artistica del Filmfestival del Garda

 

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