Intervista a Omar Pedrini: l’ex leader dei Timoria si racconta.

Con vent’anni di carriera alle spalle e la chitarra in mano, Omar Pedrini va in giro con al suo fianco una band tosta. A lungo prima è stato il leader della storica band bresciana Timoria, che, dopo 10 album in studio, nel 2002 si è presa una pausa di riflessione, divenuta definitiva. Lui ha intrapreso la carriera da solista, ma è rimasto a lungo lontano dai palchi dopo una delicata operazione a cuore aperto.

 

A quattro anni dall’ultimo album, lo scorso giugno è uscito “La Capanna dello zio Rock”. Cosa c’è dentro?

Ci sono successi e anche brani considerati minori, cui ho voluto dare nuova linfa e luce. Non solo le solite quattro hit, ma anche brani rivisitati e due inediti con uno stile unitario, che è la matrice rock di questo disco come dice il titolo.

 

Il tour di presentazione è partito dal Latte Più a Brescia…

Esatto. La seconda tranche è stata quella, gli impegni televisivi e radiofonici mi avevano impedito una vera tournée. Precedentemente avevo fatto qualche data sporadica, adesso siamo partiti con una lunga serie di concerti. Siamo già a venti, c’è una lunga richiesta, crediamo di arrivare almeno a 50 date entro fine anno.

 

Tutti club?

Sì, club rock italiani.

 

C’è voglia di stare a contatto con la gente?

Quando emisi il primo vagito di questa tranche artistica, avevo dichiarato di voler ricominciare da zero e adesso siamo già a meta dell’opera, credo. C’è stato un bel ritorno di flusso di gente il primo concerto e tutte le date a seguire sono state baciate dal gradimento. È piaciuta la mia idea di tornare sulla mia strada che avevo forse smarrito, non soltanto per scelta o per colpa, ma perché dopo la malattia, tante traversie e vicende personali avevo un pochino perso il filo del discorso. L’ho ripreso, l’ho rivendicato con umiltà e ho ricominciato da capo da piccolissimi palchi. Adesso stiamo tornando piano piano a club prestigiosi e questo mi da una grande soddisfazione. Credo che sia molto piaciuto anche il concetto di questa band fissa che ho da un paio di anni con musicisti marcatamente rock, dei grandissimi musicisti rock. Ci sono due belle chitarre possenti. Il pubblico ha premiato questo ritorno al rock, che avevo pionieristicamente portato in Italia con i Timoria.

 

A distanza di anni il nome Timoria continua a uscire, se ne parla spesso.

La cosa curiosa è che i ragazzini, gli amici di mio figlio, suonano le mie canzoni che avevo scritto per i Timoria. Sono sempre citati da tante band. Ciclicamente sta ora ritornando il tempo dei Timoria: segno che avevamo seminato bene. Se penso che Sangue Impazzito ha 17 anni e ora nei club di mezza Italia la cantano a squarcia gola persone che iniziano ad avere i capelli grigi! Per questo sono «zio rock», nomignolo che penso mi rimarrà attaccato per tutta la vita, almeno che non abbia la fortuna di diventare «nonno rock». Mi emoziona vedere dei ragazzini che contano le mie canzoni dei Timoria e non l’ultima canzone sentita alla radio. C’è stato il cambio generazionale, ma sono tornati anche i vecchi fan, che mi avevano abbandonato nel periodo in cui ho cercato la mia strada.

 

I Timoria sono una band del passato? Separati sono e separati restano?

Dico sempre che mi piacerebbe fare una rimpatriata, ma voglio andare avanti da solo: non si parla di una reunion. Lo spirito dei Timoria c’è, è con me, ci son le mie canzoni, ho una band di cui sono fiero. Dopo tanti anni ho trovato una band di cui essere fiero come lo ero dei musicisti dei Timoria. All’ultimo concerto è venuto “Illorca”, il mio vecchio bassista, e mi ha detto che c’era la botta dei nostri tempi: sono molto felice che me l’abbia detto lui, sono convinto che sono sulla strada giusta, ho trovato l’alchimia con la gente. Come Van Gogh cercava il giallo che aveva in mente che non trovava, come Klein creò quello che oggi chiamiamo blu Kelin, così io ha cercato una formula nuova, potente e romantica come era con i Timoria. Visto che la gente apprezza, è il momento di andare avanti su questo cammino da solista, non da solitario, con nel cuore i Timoria. Credo di non offendere nessuno se dico che di loro ero l’anima, se non la locomotiva, con dei validissimi compagni di viaggi.

 

Con Renga si è già riunito per un concerto benefico a Brescia.
Mi ha emozionato tantissimo cantare e suonare con Francesco in Piazza Duomo due anni fa, per me e credo anche per lui è stato un momento molto bello. Mi piacerebbe anche una volta fare una rimpatriata con tutti. Adesso però sarei sciocco ad abbandonare una strada mia che sta dando dei frutti generosi.

 

Di recente è anche uscita la seconda parte di un tuo libro.

È la riedizione di un vecchio libro con l’aggiunta di nuove pagine, sempre “Acqua d’amore ai fiori gialli” con l’aggiunta di nuovi petali, mantenendo la metafora floreale. Era un libro che non c’era più, ma che tanti mi chiedevano. Ne ho dato alle stampe un migliaio di copie per i fan più sfegatati.

 

Poi c’è l’attività televisiva con la Rai con un programma musicale, come procede?

Mi sta assorbendo molto e mi sta dando tantissime soddisfazioni. Poi c’è quella radiofonica che appena finita, ma a metà maggio ricomincerà la seconda ondata di «Contromano» su Radiorai. È stato un anno molto felice. Sia questo programma che «Rock e i suoi fratelli», che state vedendo in questi giorni su Rai5, hanno goduto del plauso della critica e di un numeroso pubblico. Sono veramente soddisfatto, in tanti altri momenti della mia vita ho messo lo stesso impegno, lo stesso cuore, ma non arrivavano i risultati. Ci sono stati momenti in cui mi cadevano le braccia: quando ho iniziato la carriera solista, a volte suonare davanti a 10 persona, io ce la mettevo tutta, ma rimpiangevo il camerino.

 

Nella musica gli sforzi sono sempre ripagati?

Bisogna avere la fortuna, la caparbietà e la testardaggine che ho io. In tanti si sarebbero demoralizzati. Mi hanno insegnato a perseverare, a non mollare mai e questo carattere mi ha premiato in un momento in cui forse iniziavo a non crederci. Quando ho iniziato la radio ero un po’ perplesso, invece ha funzionato e me lo hanno raddoppiato di pezzatura, di lunghezza. Ho iniziato a risuonare nei week-end: il venerdì, il sabato e la domenica faccio questa tournée.

 

Nel 2002 hai accompagnato musicalmente Lawrence Ferlinghetti a Brescia in una performance poetica-teatrale. Che ricordo le è rimasto?

È stata un’emozione straordinaria e ricordiamo che lui ci aveva già donato e recitato una poesia in «El Topo Grand Hotel». Per quell’incontro e quella cosa fatta a Brescia devo Walter Pescara, Igor Costanzo e il compianto Francesco Conz, poeta veronese. Grazie a loro io ed Enrico Ghedi, mio sodale ai tempi dei Timoria, godemmo l’emozione di dividere il palco con un nume tutelare della poesia: ha fondato la City Lights Books di San Francisco, è colui che dato coraggio, ha dato forma, ha fatto da editor a Kerouac e Ginsberg, quello che teneva per mano William Borroughs quando si stava facendo divorare dall’eroina. Ha salvato vite artistiche e ha fondato un mito, un mito moderno che è la Beat Generation. Senza di lui non ci sarebbe stata, come senza la Fernanda Pivano non sarebbe arrivata a noi. L’emozione e la devozione è stata enorme, quella sera non la dimenticherò mai. Ho anche un quadro che mi ha dedicato, per me vale più di ogni altro riconoscimento.

 

Enrico Grazioli

 

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Il 20 marzo Pedrini suonerà a Moniga, tornando sul Garda, terra natale dei suoi genitori. L’appuntamento è alle 21 al Jolie, dove dalle 16 si esibiranno alcuni gruppi musicali emergenti. Il locale è sul lungolago: vi si arriva dalla spiaggia o dall’ingresso del Campeggio Porto. A gestirlo è la neomamma Paola Caraffa, che da 12 anni gestisce anche il chiosco al vicino porto, dove organizza anche la sagra delle sardine cotte in spiaggia. La mentalità sarà la stessa anche nel nuovo locale. Sarà aperto dalla mattina alla sera fino alla fine dell’estate tra giornali da leggere, colazioni, qualcosa da mangiare, aperitivi e musica ogni sera. Il 20 lo terrà a battesimo Pedrini, amico di Igor Costanzo, il compagno di Paola.

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