La rossa di Rivoltella e i feriti della battaglia di Custoza

Lo studioso Edoardo Campostrini, prima alunno e poi docente al Liceo Girolamo Bagatta di Desenzano, è autore di vari libri: l'ultimo è “Girolamo Bagatta: una Vita per un Liceo”

Era appena fatta l’Italia e ben presto gli Italiani dovettero accorgersi che, nel seno della nazione, c’erano nemici più potenti dell’Austria, e questi nemici erano l’analfabetismo, la burocrazia macchinosa, i generali incapaci, i politici inesperti ecc. La terza guerra d’indipendenza con le sconfitte di Custoza e di Lissa aveva aperto gli occhi a molti. Ma andiamo a vedere cosa succedeva in un piccolo angolo d’Italia sulle ridenti sponde del lago di Garda.

Fine agosto 1866. Garibaldi ha il suo quartier generale a Desenzano. Da Rivoltella al confine di Lugana, tra le cascine sparse per la campagna, è acquartierato il 7° Rg.to dei Volontari garibaldini, un bel corpo di 4.000 uomini. A Rivoltella, stipati nelle poche case del borgo, gli ufficiali del 7° attendono. Per vincere la noia discorrono di Lissa e di Custoza. “Se a Custoza fosse arrivata l’artiglieria in aiuto al generale Govone, avremmo vinto. Se a Lissa, invece del Persano, ci fossero stati Garibaldi e Bixio, la flotta italiana avrebbe avuto la meglio su quella austriaca”. Così dicevano quei garibaldini.

In uno di quei giorni capitò a Rivoltella, proveniente da Torino, un alto ufficiale, tipico rappresentante della più tradizionale e autoritaria disciplina militare. Sulle prime, nel piccolo borgo, provò un po’ di disagio in mezzo a tutto quel brulichio di camicie rosse, tra quei soldati che, per non dir altro, erano soliti combattere in maniche di camicia. Dall’altra parte i giovani garibaldini erano sospettosi; pensavano che il colonnello fosse lì con qualche segreta missione. Un gruppo di quei giovani era ospitato da una vedova, che si faceva in quattro perché fossero contenti della sua cucina; la buona donna aveva i capelli rossi, e rosso appariva anche il colore delle sue opinioni, quando parlava di come era andata la guerra e ne diceva di quelle da levar via la pelle a tutti i generali e fino al Re.

Passarono alcuni giorni e i garibaldini pensarono di rompere la solitudine del colonnello invitandolo alla loro mensa. Come ambasciatore scelsero un piemontese, e fu buona cosa, perché al suono della parlata familiare, l’anziano ufficiale si rallegrò e disse: “Ma sì, ma sì, vengo da voi… tanto quegli altri non giungono mai!”- “Chi?” fece il garibaldino.- “I feriti di Custoza curati negli ospedali di Verona. Non sa che saranno condotti e consegnati qui?”- Fatto l’invito, il colonnello fu condotto in una sala a piano terra, vasta, fresca come un antro del lago, in mezzo alla quale la Rossa aveva imbandita la mensa, fiorita e invitante.

Tutti i commensali salutarono militarmente il colonnello. Il garibaldino piemontese fece le presentazioni, mentre l’alto ufficiale pensava tra sé che quei medici, avvocati, ingegneri, pittori, che gli venivano indicati, tutti tra i 25 e i 30 anni, non erano affatto quell’accozzaglia di sbandati e di ribelli tanto disprezzata nel suo ambiente torinese. Quel giorno il colonnello mangiò con i suoi giovani ospiti; e così il giorno dopo e un terzo ancora, aumentando sempre in lui la stima per quei garibaldini.

Un giorno, proprio mentre erano a tavola e il colonnello aveva brindato a Garibaldi, dichiarandosi pronto a mettersi la camicia rossa, all’improvviso entrò un ufficiale gridando: “Eccoli! Arrivano! Sono qui!”- Balzarono tutti in piedi e si riversarono nella via. Dalla strada di Peschiera veniva lentamente una fila di carri militari austriaci guidati da soldati che tenevano a freno i cavalli e badavano a scansare buche o sassi che potessero provocare scossoni. Sui carri stavano adagiati i feriti italiani di Custoza, fatti prigionieri dal nemico e curati e guariti a Verona. Su una carrozza modesta, polverosa, veniva una signora vestita dimessamente; accanto a lei, pallido, stanco, stava un giovane ferito al collo. Addossati ai muri c’erano i garibaldini nelle loro fiammeggianti camicie. La gente di Rivoltella, sugli usci delle botteghe e dalle finestre guardava in silenzio, lieta e mesta allo stesso tempo.

Il colonnello, quando vide la carrozza con quelle due persone si slanciò sul predellino e vi rimase carezzando moglie e figlio e raccomandando loro di non muoversi. Intanto la fila dei carri si era fermata. E allora uscirono dalle case uomini e donne a offrire qualche ristoro ai poveri reduci, che due mesi prima avevano bagnato del loro sangue le colline di Custoza.

Ma a volte anche nel bel mezzo di sentimenti mesti e dolorosi può irrompere il comico e il volgare. Un soldato austriaco si era messo a caricare la pipa addossato al muro di una bottega di tessitrice. Questa levatasi dal telaio stava con altre ragazze sulla soglia della bottega e tutte guardavano quel soldato e lo stuzzicavano a parole. Ad un tratto la tessitrice gli gridò con lombarda asprezza: “Va via crucco, che puzzi da far morire!” e ripeteva l’ingiuria, credendo forse di non esser capita. La terza volta il soldato si levò dal muro e andandosene, torvo le rispose: “Tu boca spuz e non mia pipa!” E subito dopo, brontolando: “Porca taliana!”

La fila dei carri si mise in movimento: la guidava ora un ufficiale italiano, tutto arzillo e lieto. “Quelli di Rio” lo conoscevano bene già dai tempi della battaglia di San Martino e dicevano che a Desenzano aveva una cara e bella amica e forse sperava ora di rivederla.

Quando la carrozza, in cui stava il colonnello con la sua signora e il figlio ferito, passò davanti alla casa della Rossa, gli ufficiali garibaldini salutarono la gentildonna mesta e sfinita per le veglie nell’ospedale di Verona. Il colonnello rispose al saluto dei giovani amici finché poté essere veduto e se ne andò portando nel cuore un sentimento nuovo di gratitudine e cortesia.

(fonte: G. Cesare Abba, Cose garibaldine, 1907)

Edoardo Campostrini

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