L’editoriale – n° 7 del 18 marzo 2011

 

“Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Da quando Massimo D’Azeglio pronunciò questa frase al primo parlamento nazionale è passato un secolo e mezzo, ma oggi l’Italia è ancora una nazione senza una vera unità tra i suoi cittadini.

Che motivo ha l’Italia di festeggiare i suoi primi 150 anni di Unità nazionale, che nel 1861 non era ancora completa?.Ieri come oggi esiste un conflitto tra Nord e Sud. Il nostro Paese è una creazione scaturita da Camillo Benso Conte di Cavour e a trarne profitto fu soprattutto il Nord, dove si sviluppavano le industrie la cui manodopera era fornita dal Sud. Gli effetti collaterali si vedono ancora oggi e l’anniversario riapre vecchie ferite.

Siamo da sempre abituati alle divisioni interne con città-stato in perenne lotta fra loro e fazioni politiche belligeranti. Se oggi la Lega Nord, per esempio, lamenta l’Unità come un atto di barbarie antistorica, al Sud c’è chi lamenta che gli interessi industriali del settentrione hanno sacrificato il glorioso Regno delle Due Sicilie. Verrebbe da chiedersi quando nasceranno gli italiani pronosticati da D’Azeglio.

Una risposta arriva da Carlo Moos, storico e italianista dell’Università di Zurigo: “Ci vorrebbe una situazione politica simile a quella della metà degli anni ‘70, quando gli eterni nemici, la democrazia cristiana nella persona dell’ex presidente del consiglio e capo di partito Aldo Moro, e i comunisti nella persona del segretario generale Enrico Berlinguer, riuscirono ad arrivare molto vicino ad uno storico compromesso. Sarebbe stato un patto stretto per il benessere del paese, per superare la crisi economica. Fu sprecata la storica possibilità di un enorme compromesso sociale. Attualmente e nei prossimi anni vedo scarse speranze che possano veramente nascere degli italiani”.

Lo statista austriaco Principe Klemens von Metternich disse che “L’Italia è un’espressione geografica”. Era il 1849, 12 anni prima che l’Italia fosse unificata. È una visione sdegnosa che riecheggia un secolo e mezzo dopo nelle parole di Umberto Bossi. Di una cosa dobbiamo prendere atto e, almeno su questo, tutti concordare: nessun altro grande Paese europeo sembra così a disagio e così diviso sulla storia recente.

Noi dedichiamo parte del numero a questo anniversario con interviste e contributi storici, sociali e culturali sui 150 anni, pur restando comunque legati al Garda. Però sono tante le domande che sorgono spontanee. Esistono i “Fratelli d’Italia”? Oltre alla cultura democratica conquistata con il sangue, quali sono i valori oggi condivisi? Siamo solo persone dentro gli stessi confini? Forse non è un buon compleanno, ma l’Italia si merita una bella festa.

Enrico Grazioli

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  1. Anonimo Italiano scrive:

    Piace properre al Corriere del Garda alcune parole di Dostoevskij circa l’opera del conte di Cavour che a quanto pare anche ai comunisti piace festeggiare.

    «oh sì, ha raggiunto quel che voleva, ha riunito l’Italia e che ne è risultato: per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea modiale alla fine si era logorata, stremata ed esaurita (era proprio così?), ma che cosa è venuto al suo posto, perché possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio il conte di Cavour? È sorto un piccolo regno unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese – la trentesima ripetizione di questo principio al tempo della prima rivoluzione francese – un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine» (da Diario di uno scrittore, a cura di Ettore Lo Gatto, Sansoni, 1963, pp. 925-926).

    Ora al regno, infrantosi nel disonore, s’è sostituita la grigia, cupa e agguagliante democrazia. Che ancora servilmente bacia, s’inchina, tradisce e muove guerra, guerra che anche ai comunisti ribellisti evidentemente piace festeggiare. Resta solo la lega.

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    • Sicuramente la nascita dello Stato fu un azione di modernità, dal punto di vista politologico. Storiche fratture non sono state risolte, altre se ne sono aggiunte. Il 150° comunque è, o almeno dovrebbe essere, motivo di festa per tutte le rappresentanze politiche, esclusa la Lega Nord, benché sieda nelle istituzioni del governo centrale di Roma da 19 anni. Spero però sia anche per tutti, cittadini inclusi, un motivo, un’occasione per un intelligente sguardo al futuro dell’Italia.

      Io, personalmente, non ho partecipato ad alcun evento celebrativo. Finora ho solo seguito un convegno sul pensiero federalista nel Risorgimento con i prof. Stefano Bruno Galli e Roberto Chiarini. Il 150° ha ovunque comportato la programmazione di un calendario interessante: tutti hanno almeno un’occasione per potere seguire interessanti confronti e riflettere sulla reltà nazionale.

      Cordialmente,
      EG

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