Rilocalizzare la politica

Nel percorso di analisi del circolo virtuoso delle “8R” che abbiamo intrapreso ci appare subito chiaro come il tema della rilocalizzazione sia di fondamentale importanza, poiché il locale è la dimensione territoriale e politica più vicina alla vita quotidiana dell’individuo.

È nel locale, infatti, che ognuno di noi può trovare la migliore espressione di se stesso. In questo ambito ciascuno legittimamente aspira a creare i propri rapporti relazionali e lavorativi. Per questo è inscindibile la rivoluzione culturale, così com’è stata delineata nei precedenti articoli, con lo spazio in cui questa deve avvenire. La rilocalizzazione, o in altre parole l’azione del riportare in senso compiuto la nostra vita nel locale, trova applicazione essenzialmente nell’attività economica e sul piano politico.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, che intendiamo qui analizzare, va chiarito subito che, parlando di “politica”, s’intende l’attività di chi prende parte alla vita pubblica in tutti i suoi ambiti ed in modo particolare in quello civico, quello sociale e organizzativo.

Rilocalizzare la politica significa definire nuovi sistemi di partecipazione civica all’interno di una forma organizzativa dello Stato, tali da permettere l’esercizio del potere localmente da parte del cittadino. Va da sé che se si accetta questa definizione verrà naturale pensare che i singoli comuni dovranno necessariamente ritrovare una loro forma di autonomia economica e politica.

Nella sostanza diviene inevitabile il passaggio da una forma di democrazia rappresentativa, così come la conosciamo oggi, ad una partecipativa, che deve necessariamente poggiare sulla partecipazione diventando, come ricorda Paola Bonora, “guardiana e promotrice dello spirito dei luoghi” e su “un progetto collettivo radicato in un territorio inteso come luogo di vita comune e dunque da preservare e da curare per il bene di tutti”.

Credo, anche alla luce degli aspetti economici, sociali ed organizzativi, sia doveroso evidenziare come dovrebbe mutare il concetto di “Comune” rispetto a come lo conosciamo oggi. Non più esclusivamente un luogo con una connotazione geografica di carattere prevalentemente storico, ma un’area omogenea sotto l’aspetto culturale, economico e sociale, con limiti geografici tali da permettere una reale implementazione di una rete di relazioni personali ed economiche.

Va poi definita l’interazione di queste realtà autonome con lo Stato. Proviamo a pensare allo Stato inteso come una rete, non gerarchica, di municipalità autonome, formate a loro volta da reti concentriche di comuni più piccoli, dove sia possibile attuare una “democrazia di prossimità” ovvero una più avanzata forma di governo popolare che permetta ai cittadini di partecipare a tutti i livelli dei processi decisionali.

Si otterrebbero così piccole unità politiche interconnesse tra loro, direttamente controllate dai cittadini, inserite in realtà più grandi, le municipalità, che a loro volta andrebbero a formare lo Stato. Va rilevato che il concetto di “rete”, sia delle Municipalità sia dei Comuni, indica la chiara volontà, ci ricorda Giulio Marcon, “di non rinchiudersi nella dimensione localistica e autocentrata, ma di costruire a partire dal proprio frammento un disegno comune di trasformazione e di innovazione sociale e politica”.

Se preferite è possibile definire la forma organizzativa dello Stato appena abbozzata come “federalismo”. Nonostante se ne parli da alcuni decenni, la classe politica italiana non ha saputo cogliere la vera essenza della rilocalizzazione e ha permesso ad alcune forze politiche di impossessarsi di termini quali “locale” e “federalismo” travisandone completamente il significato.

Infatti ad oggi, come unico risultato concreto, i “popoli del nord” hanno ottenuto imbarazzanti richiami a radici più o meno presunte che risalgono ad antichi popolazioni, cercando di riportare alla memoria, e all’occorrenza inventando, usanze che poco o nulla hanno a che fare con la nostra storia, e l’apertura verso una secessione di tipo finanziario, che in seguito sarà di tipo geografico, delle regioni del nord dallo Stato centrale. Non per niente quello che si sta approvando in Parlamento è definito “federalismo fiscale” assai lontano dal quel federalismo che è attuato, con diverse configurazioni, in varie parti del mondo. Ci ricorda Marco Vitale nella presentazione del saggio di Luca Meldolesi – Federalismo democratico. Per un dialogo tra uguali (Rubbettino Editore, 2010) che: “Al di là delle differenti forme di federalismo, esiste un elemento comune che tutte le lega e caratterizza: la volontà di stare insieme o di mettersi insieme nonostante le diversità. Se non c’è questa volontà non c’è federalismo. Parlare di federalismo mentre si pensa alla separazione o secessione e per esse si lavora, è semplicemente una truffa”.

Chi dai banchi del Parlamento oggi parla di federalismo dimentica di raccontarci come dovrebbe cambiare la quotidianità di noi cittadini una volta applicata questa nuova forma organizzativa. Forse non è una dimenticanza: è chiaro a chi non si accontenta di slogan e vuole uscire da un localismo asfittico, che nulla muterà. Quello leghista non è altro che un “federalismo di stato” che produrrà, usando le parole di Alberto Magnaghi, “nuove forme “decentrate” di accentramento e esclusione nel sistema decisionale”.

Le persone oneste continueranno a pagare le tasse e a subire i disservizi, i Comuni continueranno a perdere sempre più sovranità (si pensi oggi alla “Legge Obiettivo”). Continueremo a votare e non avere interazioni con la politica nei momenti decisionali. Non avremo un controllo reale del futuro del nostro territorio. Ci ritroveremo ben presto a dire, parafrasando un noto slogan padano: “Milano ladrona”.

Sarà così perché la classe dirigente non ha progetto chiaro di evoluzione della nostra società e, di conseguenza, la struttura dello Stato. I politici sono parte integrante di quell’universalismo che si alimenta di una crescita economica illimitata. Non hanno la capacità e la volontà di innescare la rivoluzione culturale che potrebbe suggerire nuove forme di organizzazione amministrativa.

Esiste tuttavia, per nostra fortuna, un’altra Italia, diversa da quella che propone il federalismo leghista. Un’Italia che si sta organizzando sulla base del buon senso e che si pone come obiettivo una reale rilocalizzazione della politica e dell’economica. Un’Italia in cui vengono poste in atto certe azioni perché il termine “locale” è inteso come luogo fatto di terra e di uomini di cui prendersi cura per permetterne la quotidiana rinascita politica e culturale. Un’Italia dove, come ci spiega Magnaghi, “la comunità è una change, non un dato storico riservato agli autoctoni, ma un progetto delle genti vive, degli abitanti del luogo […] che sono in grado di reinterpretare l’anima del luogo[…]. Dunque il luogo appartiene a chi se ne prende cura” e non solo a chi in quel luogo è nato e forse risulta essere tra i primi ad adattarsi ad un “localismo vandalico” ovvero il consumo scriteriato e autodistruttivo delle proprie risorse patrimoniali.

Sto parlando di reti di comuni, come ad esempio quelli aderenti all’Associazione dei Comuni Virtuosi, che promuove nuovi stili di vita più ecosostenibili; la rete del Nuovo Municipio; la rete delle Cittaslow, che ricalcano la filosofia di Slow Food puntando su una vita all’insegna di ritmi più umani; La rete dei Comuni Solidali; la rete dei comuni aderenti a DE.CO. per la valorizzazione e la certificazione dei prodotti alimentari locali.

A questo punto sarebbe troppo facile muovere una critica agli amministratori del Garda bresciano, che sulla strada della rilocalizzazione della politica poco o nulla hanno prodotto. Credo sia più giusto riflettere sul comportamento dei cittadini gardesani e sulla necessità che ognuno di noi si riappropri del luogo in cui vive partecipando alla vita comunale in tutte le modalità possibili: assistendo ai Consigli Comunali, diventando membri attivi di associazioni che promuovo, in tutte le sue forme il territorio, fino ad arrivare a candidarsi alle elezioni locali.

Solo con una cittadinanza attiva orbitante intorno a forme di autogoverno locale sarà possibile attuare un federalismo compiuto. Il resto, quello che vediamo oggi, è solo uno specchietto per le allodole, che porterà inevitabilmente alla formazione di una nuova casta di politici padani e di questo, francamente, non abbiamo proprio bisogno.

Simone Zuin

www.simonezuin.it

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