Due studenti del Liceo Bagatta con Garibaldi alla spedizione in Sicilia

Lo studioso Edoardo Campostrini, prima alunno e poi docente al Liceo Girolamo Bagatta di Desenzano, è autore di vari libri: l'ultimo è “Girolamo Bagatta: una Vita per un Liceo”

In Sicilia tra i Mille di Marsala non mancarono gli studenti del Ginnasio-Liceo di Desenzano: due ce ne furono ed entrambi si segnalarono per un singolare primato.
Giuseppe Capuzzi di Bedizzole, (aveva allora 35 anni), fu il primo che pubblicò il racconto delle imprese dei garibaldini dalla partenza da Quarto fino alla capitolazione di Palermo.
Giuseppe Nodari di Castiglione delle Stiviere, diciannovenne al momento della partenza da Quarto, può essere considerato il primo fotoreporter della storia che, al posto della macchina fotografica, usa la matita e i colori.
Giuseppe Capuzzi (1825 – 1891) era stato studente nel collegio Bagatta di Desenzano e aveva ottenuto la licenza liceale nel 1846. Dopo aver partecipato alla prima e alla seconda guerra di indipendenza, salpò da Quarto con i Mille   e si distinse in tutti i momenti cruciali dell’impresa, a Calatafimi, a Palermo, al Volturno. Nella capitale siciliana, durante la lunga pausa che seguì alla capitolazione dell’esercito borbonico, scrisse le sue Memorie di un volontario, avendo ancora molto vivo il ricordo degli avvenimenti. L’opera fu scritta rapidamente, dato che l’autore poteva avvalersi della lunga esperienza giornalistica, che lo aveva visto attivo nel decennio 1849 – 1859 su diversi quotidiani di Brescia e di Milano. Capuzzi ebbe la fortuna di trovare, nella bombardata Palermo, un editore, tale Francesco Lao, che teneva il suo stabilimento tipografico in Salita de’ Crociferi al n° 86. E così il libretto del nostro garibaldino bedizzolese vide la luce già nel giugno 1860, molto prima di tutte le altre opere della ricca memorialistica garibaldina sulla spedizione siciliana. Anche se il valore letterario dell’opera è modesto, va riconosciuto all’autore il merito di aver capito immediatamente la portata storica della campagna di Sicilia.

Nella breve lettera di presentazione al lettore scrive: non troverai i fiori dello stile né le altre speculazioni della politica, ma soltanto la verità dei fatti. Questo era l’essenziale: la verità dei fatti! Aveva previsto che altri avrebbero ceduto alla retorica o sarebbero stati attirati dall’ambiguo fascino della denigrazione. Egli invece voleva offrire ai suoi lettori solo la nuda e semplice verità dei fatti, o per meglio dire: il ricordo di quanto operò nell’isola Sicula quel pugno di uomini, che si strinse intorno al grande Nizzardo colla fede di rendere libera ed una l’Italia. Parole scritte il 9 giugno 1860, quando la liberazione e l’unità d’Italia erano ancora soltanto una fede e una speranza. E’ da notare inoltre l’urgenza che spinge l’autore a ricordare quanto è appena successo, perché si tratta di fatti degni di essere ricordati e perché ricordare bisogna, se si vuol vivere veramente. E’ un’antica legge: chi non vuol ricordare il passato, decide di vivere senza un futuro!
Al garibaldino di Bedizzole spetta dunque l’onore di aver narrato per primo la spedizione di Garibaldi in Sicilia e di aver dato alle stampe le sue Memorie di un volontario proprio nel bel mezzo della campagna militare, servendosi dell’espressione più antica e collaudata dalla tradizione, ossia della parola.
A Giuseppe Nodari (1841-1898), garibaldino di Castiglione delle Stiviere, spetta un altro primato, quello di aver intuito che le imprese storiche potevano essere raccontate non soltanto con la parola, ma anche con le immagini, in presa diretta, nel bel mezzo delle vicende di una campagna di guerra, come un fotoreporter che usa matita e colori al posto della macchina fotografica.
Nodari era stato studente a Desenzano, nel Ginnasio fondato da Girolamo Bagatta, per quattro anni dal 1853 al 1857. Aveva 19 anni quando salì a bordo del Lombardo, in partenza da Quarto agli ordini di Nino Bixio. Nello zaino c’era poca cosa, ma non mancava un album da disegno, che durante la spedizione sarebbe stato riempito di schizzi e acquerelli raffiguranti con vivo senso della realtà la leggendaria impresa di Garibaldi e dei Mille.
L’intuizione di raccontare per immagini era cosa nuova, anche se a noi può apparire ovvia e naturale. Della novità Nodari era pienamente consapevole, tanto che in un acquerello appare una annotazione rivelatrice: storia veduta. L’autore sapeva bene insomma che le vicende da lui vissute rivestivano un’importanza storica e perciò, come testimone oculare, le volle documentare non a parole, come si era sempre fatto, ma con delle immagini.
Guardando gli acquerelli di Nodari vediamo scorrere sotto i nostri occhi i momenti salienti della spedizione in Sicilia nella sua verità, senza retorica, come nelle pagine di Capuzzi.
Ma cosa avvenne dei nostri due garibaldini dopo la liberazione del regno delle due Sicilie?
Il giovane Nodari riprese gli studi, si laureò in medicina a Padova e divenne professore nella stessa Università sulla cattedra di Medicina legale.
Capuzzi divenne Vicesegretario del Comune di Brescia e seppe farsi amare e stimare da tutti i cittadini. Fu pure segretario amministrativo della biblioteca Queriniana, contribuendo al rilancio della biblioteca stessa. Fu redattore del giornale La provincia di Brescia e quindi fondò un suo giornale, L’avamposto, di chiara tendenza repubblicana.
Entrambi i nostri protagonisti seppero fare buon uso delle loro qualità morali. Di Capuzzi i Bresciani apprezzarono l’onestà, la cortesia, la lealtà, il disinteresse, la bontà d’animo e l’amore della giustizia. Di Nodari fu lodata la grazia e la gentilezza di artista nato, l’apertura alle istanze sociali della sua città, per la quale si adoperò istituendo le scuole ginnasiali. Fu inoltre presidente della società che operava in sostegno dei reduci dalle patrie battaglie.
In conclusione appare del tutto giustificato ricordare che le basi della formazione di queste due esemplari figure della storia del nostro risorgimento furono poste durante gli anni passati sui banchi di scuola del Ginnasio – Liceo Girolamo Bagatta di Desenzano.
Edoardo Campostrini

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