Un castiglionese alla corte di Procacci. La cura di Andrés Feltrami fra i romanzi più attesi dell’anno.

Beltrami

Si tratta della novità editoriale della Fandango, la casa editrice di Domenico Procacci, più attesa dell’anno: “La cura”, il primo romanzo di Andrés Feltrami, fresco di stampa. Al secolo Andrea, Beltrami ha origini castiglionesi, vi ha vissuto, vi ha fatto le scuole dell’obbligo e il liceo, e la sua famiglia qui risiede. Il lavoro del padre lo ha portato, in tenera età, a girare il mondo; l’eredità culturale della sua famiglia – Beltrami è nipote del pittore Agostino Barbieri – lo ha messo in contatto con l’arte fin da piccolo; l’amore e la vita quotidiana lo hanno portato a Parigi, dove da qualche anno vive e lavora. La Fandango lo lancia e crede, a buon titolo, che il suo sia fra i romanzi esordienti migliori di questo 2011.

Come e quando nasce “La cura”?

Ha avuto una gestazione lunga. Talmente lunga che nel frattempo ho fatto in tempo a scrivere altre pagine e altre storie. La prima idea del romanzo era solo una serie di immagini. Anzi, essenzialmente, un’unica immagine. Una donna in una spiaggia deserta. Eravamo, se non sbaglio, nel 2005. All’epoca lavoravo in una fabbrica della provincia mantovana. La prima versione del testo era, a quanto pare, già buona, dato che era piaciuta ad un primo editor. Ma io non ero convinto e, nel contempo, avevo deciso di emigrare in Francia. Il fatto di aver ripreso in mano il testo anni dopo, alla fine del 2009, quando ormai mi ero stabilito a Parigi e la mia vita era, di conseguenza, cambiata, mi ha aiutato a riscriverlo trovando un salutare distacco. Rileggendolo con occhi nuovi, ho avuto finalmente la capacità di capire come poterlo migliorare. Il testo oggi in libreria, tranne qualche limatura, è il frutto di questa riscrittura parigina. 

Il primo capitolo è molto interessante: un esperimento, un’aggiunta o una sfida al lettore?

Non parlerei di sfida al lettore. Ma è vero che il primo capitolo può risultare più denso degli altri. Già dalle prime pagine sono presenti tutti gli elementi stilistici e contenutistici che si trovano nel resto del libro. Sono presentati quasi tutti i personaggi. La donna, il padre malato, da un lato. Lo straniero ferito e il cane nero, dall’altro. Invece per me sì, è stata una sfida. Ho tentato di creare un primo capitolo nel quale il lettore abbia la possibilità di ritrovarsi subito immerso nel racconto. A pagina 20 chi legge o decide di chiudere il libro perché non interessato a quello che sto raccontando o, se continua, probabilmente, sarà spinto a leggerlo fino all’ultima pagina. 



Nomi e luoghi geografici assenti. Come mi questa scelta?

Prima di mettermi a scrivere, mi sono posto un’unica domanda. Come raccontare questa storia? Volevo raccontare l’incontro fra due individui completamente diversi che non avevano una lingua in comune. Mi sono presto accorto che se avessi scelto dei nomi e dei luoghi geografici precisi sarei stato costretto a focalizzare la mia attenzione sulle differenze dei due personaggi, mettendo in secondo piano, la storia dell’incontro. Inoltre, quando, come il protagonista maschile, si è stranieri, si è obbligati per motivi pratici a concentrarsi su ciò che unisce e non su ciò che divide. Un po’ come quando s’impara una nuova lingua. S’incomincia sempre per cercare le parole che assomigliano alle parole che già conosciamo. Non mettere nomi è quindi anche un modo per mettere in risalto le analogie, piuttosto che le diversità.

Essere straniero e sentirsi straniero. In che misura, nel tuo romanzo, l’incontro e la cura aiutano ad affrontare questa condizione?

Hai colto nel segno, ma se avessi la risposta a questa domanda, non avrei mai scritto il libro. Ho scritto questo romanzo proprio perché spinto dall’urgenza di esplorare questa sensazione di completa estraneità al luogo dove si vive, sia esso il nostro luogo di nascita o un paese lontano. Questa sensazione nel libro è condivisa sia dallo straniero che dalla donna che decide di accoglierlo. La trama esplora il motivo del sentirsi ed essere straniero attraverso l’atto della cura, ossia una relazione umana intima e profonda. Ma i romanzi danno raramente un’unica risposta. Ogni lettore potrà giudicare in che misura l’incontro e la cura contribuiscano a risolvere questa condizione.

“Venne alla spiaggia un assassino, due occhi grandi da bambino, due occhi enormi di paura, eran gli specchi di un’avventura”, due modi diversi di essere cura, ci ho visto giusto?

 Hai ragione, ma come molti, ho una ammirazione così profonda per l’abilità di De Andrè di narrare in poche righe di canzone storie complesse e articolate che, per ovvi motivi, devo rifiutare il paragone, seppur indiretto, che mi proponi. Ti rispondo con un’altra canzone a cui ho spesso pensato intanto che scrivevo “La Cura”. Song to the syren, Tim Buckley. Per i tuoi lettori che non la conoscono sarà facile ritrovarla in un bel video d’epoca, su internet.

Da questo momento in poi, come scrive Foucault, la tua opera – attesa come una delle novità editoriale più importanti dell’anno -  ti rende autore e scrittore. Come ci si sente?

Il libro era pronto già da diverso tempo. Puoi quindi immaginare che nel frattempo mi sono messo a scrivere altro. Ecco, la maggiore differenza è che ora, quando prendo in mano la penna, realizzo che quello che sto per scrivere avrà una buona possibilità di essere pubblicato. E ti assicuro che non è una differenza da poco. Per il resto sono estremamente curioso, al limite dell’ossessione, di leggere ogni parere e critica, positiva e non, sul libro. 

Luca Cremonesi

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