L’editoriale n° 10, 23 giugno 2011

Io sono andato a votare, ne sono contento, ma nemmeno ho avuto mai dubbi a tal riguardo. Non è il sì, non è il no a fare di una persona un cittadino responsabile e consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri, ma semplicemente il presentarsi alle urne. Votare è un piacevole dovere e il voto referendario si affianca con pari dignità a quello elettivo. È uno strumento di sovranità popolare.

Le consultazioni referendarie del 12 e 13 giugno hanno comunque chiuso un’epoca. Il Primo Ministro aveva suggerito ai cittadini di trascorrere il fine settimana al mare, un rozzo e fallimentare remake di quanto già proposto da Craxi nel 1991, ma nemmeno sono stati messo in campo stratagemmi per evitare che la consultazione popolare raggiungesse il quorum del 50% + uno di partecipanti al voto, indispensabile per la sua validità. Il quorum non veniva raggiunto dal 1995 e 16 anni dopo il traguardo è stato raggiunto con il 57% degli elettori recatosi alle urne.

I cittadini hanno riscoperto una vera voglia di partecipazione. Si può solo giustificarla con il fatto che il lettino al mare costavo troppo e che, quindi, era più conveniente andare a votare? Forse è bastato uno sguardo al futuro, una sbirciata al presente. Ora è inutile che la maggioranza pianga sul latte versato, dopo aver boicottato il dibattito sui quesiti referendari. Aveva chiesto di non votare e il voto è diventato più di un mero “sì” o “no”.


La partecipazione è un messaggio. Basta agli sprechi, ai privilegi, agli illeciti, alle leggi elettorali che tolgono potere ai cittadini, ma anche basta agli slogan e ai teatrini televisivi (di «Porta a porta»): è stato emblematico il lunedì sera vedere Bruno Vespa, sul primo canale del servizio pubblico, parlare di cronaca nera e delitti, come fosse una giornata qualsiasi in cui in Italia non è successo niente di importante, quorum a parte .

“La fiamma del voto riduce una classe dirigente a mucchietto di cenere”, lo scrive Barbara Spinelli su Repubblica. E ha ragione. In democrazia, alla fine, decidono i cittadini, quando si ricordono del loro piacevole dovere e gli italiani hanno parlato come un popolo maturo e responsabile, dimostrando un coraggio civico e una sensibilità democratica ammirabili.

L’Italia ha scelto, ma ora che facciamo con l’energia elettrica? Il referendum dice che agli italiani non bastava l’incerta sospensione dei piani nucleari del governo, che li aveva sbandierati fino a Fukushima. Il referendum cancella soltanto progetti allo stato nascente, nemmeno troppo costosi. Senza nucleare, l’Italia resta quella che è. Forse è ora di guardare al futuro. EG

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