A-Letheia – Il Castello di Desenzano

SDC11140

Il Castello di Desenzano si imposta sulle fondazione di un castrum romano, mentre documentazioni del XIII e XIV secolo ne descrivono la piena attività ricettiva. La fortificazione originaria prevedeva a ovest un fossato, la cui acqua serviva ad azionare uno dei molti mulini del paese, oggi interrato, e le mura circondavano case e magazzini. Il successivo riassetto consistette in una sua riduzione, si cavarono i fossati e si rinunciò al sistema di orti interni, si distinse il Castellum con l’appellativo novum, dalla parte ormai abbandonata ad ovest (Castro Vetero), ampliato invece a sud, per assumere la forma odierna di rettangolo irregolare.

Oggi oltre la torre campanaria (sotto presidio statico fino a pochi anni fa, di forma quadrangolare, all’ingresso a protezione del ponte levatoio le cui tracce sono nelle feritoie per le catene; massiccia, è dotata di monofore appaiate per ogni lato) esistono torri angolari semicilindriche e semitorri nei lati lunghi. Ed esisteva probabilmente una seconda torre. A conferma di ciò, lo stemma araldico che presenta due torri sul lago e la documentazione storica: un’iscrizione del 1509 indica come la cavatura delle fosse dovesse avvenire “dal toresin Mombello a quello del Pontesello”. Tuttavia, oggi non se ne trovano tracce.

Dopo l’Unità, il castello comincia ad assumere l’aspetto che tuttora mantiene. Durante i secoli non è mai stato abbandonato, bensì sempre mantenuto in assetto. Sotto la guida del colonnello del Genio Militare Vincenzo Riviera viene edificata la Caserma “degli austriaci” o caserma Beretta nel 1880, l’ultimo intervento vissuto dal Castello, insieme all’inaugurazione della Specola, voluta da Sella e da Piatti, prima di passare al Comune di Desenzano nel 1969.

La caserma, capace di ospitare 500 uomini si organizza come un imponente corpo di fabbrica su tre piani ad organizzazione costante, con eccezione delle due testate. Gli ambienti, in linea, parzialmente comunicanti tra loro, sono distribuiti da un pesante porticato al piano terreno, prospicente il piazzale interno, e da un corridoio, corrispondente, a quello superiore. Ad ogni stanza corrisponde una delle grandi bifore, aperte sul muro perimentrale del castello, a disegno gotico, con ghiera in cotto e pilastrino centrale lapideo. L’altro elemento architettonico decorativo è la cornice continua in cotto in sottogronda che ricordano i beccatelli medievali. Due imponenti corpi scale distribuiscono i piani; realizzate con profilati inchiodati e rivettati (elementi più simili a binari ferroviari, che elementi per costruzione) sono impalcate in muratura. In alcuni punti sono interrotte, a seguito dello smontaggio di parte degli orizzontamenti avvenuto negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, quando lo stabile fu rifugio per sfollati.

I solai e la copertura (in stato di avanzato degrado) sono in legname vario. Le tecniche costruttive, in regime di sovradimensionamento, ricalcano quelle del genio militare. Solo per questo il fabbricato, nonostante il completo abandono in cui versa, è ancora integro.

Il Castello venne acquistato dal Comune nel 1969. Lo Stato vendette tutto il complesso eccetto le parti monumentali, ovvero le mura e la torre campanaria, di cui rimasero patrimonio inalienabile. Una clausola del contratto di vendita prevedeva la destinazione d’uso a sede di uffici, servizi pubblici e scuole per almeno venti anni.

Le parole intorno alla caserma sono state innumerevoli (dall’ostello per la gioventù alla sede distaccata di istituti universitari). I recenti interventi di restauro sulle murature e la porzione nord del castello hanno, parzialmente, snaturato la realtà materiale e percettiva della costruzione, senza inoltre prendere in considerazione quella che è la porzione più consistente (specie dal punto di vista funzionale) del complesso Il dibattito era stato riaperto dall’interessente tesi al Politecnico di Milano di Suigi, Zacchi e Zucchetti, seguita dal prof. Dezzi Bardeschi. Al di là di esito formale e tematismo sviluppato, l’aspetto assolutamente notevole era l’approccio conservativo e il richiamo alla necesità di un riappropiarsi, da parte della comunità, di uno spazio troppo a lungo negato, finalmente riadattato ad uso civico.

E forse, dopo vent’anni, sarebbe opportuno ripartire proprio da qui.

Flavio Vida, architetto, collabora con la cattedra di progettazione architettonica al Politecnico di Milano

studio.fva@gmail.com

 

Leave a Comment

Powered by WordPress | Deadline Theme : An AWESEM design