IL GARIBALDINO BRESCIANO EMILIO ZASIO , OVVERO “O SURDATO ‘NNAMMORATO”

Il garibaldino Emilio Zasio da Pralboino (1831-1869), secondo il giudizio di G. Cesare Abba, era “il bel cavaliero che portava i suoi 29 anni per la Sicilia come una continuazione d’adolescenza, fantastico, impetuoso, temerario, e nell’amare, nel volere, nell’osare sempre grandioso”.

Al nostro bresciano sono dedicate le più belle pagine di quel capolavoro della memorialistica garibaldina che è La camicia rossa di Alberto Mario. Zasio in quell’opera è paragonato al Medoro dell’Ariosto:

avea la guancia colorita/e bianca e grata nell’età novella; /e fra la gente a quella impresa uscita /non era faccia più gioconda e bella ( Orlando furioso, XVIII,166 )

Come il Medoro ariostesco, anche Zasio era fra la gente inviata da Garibaldi a compiere quell’impresa passata alla   storia come “l’eccidio di Isernia”. Cos’era successo? Poco dopo la battaglia del Volturno ( 1° ottobre 1860 ), Garibaldi, cedendo a richieste insistenti, aveva mandato due battaglioni, guidati dal bergamasco Francesco Nullo, a sedare una rivolta nel Sannio. Nullo aveva voluto con sé, oltre a Zasio e Alberto Mario, il faentino Vincenzo Caldesi, reso celebre per l’epodo che gli dedicò Giosue Carducci. I quattro costituivano lo Stato Maggiore. Arrivati a Campobasso, si erano fermati alcuni giorni per elaborare i piani di attacco, mentre le truppe si concentravano a Bajano. “Giace Campobasso in una dolce vallea cinta di poggi e di domestiche collinette floride di vigneti, le quali stranamente contrastano colle rupi del selvaggio Appennino”: così descrive il paesaggio  A. Mario. Accolti festosamente dalla popolazione, gli ufficiali garibaldini furono ospitati nella casa del più ricco e stimato cittadino.

Lasciando agli altri le incombenze e le preoccupazioni del momento, Emilio Zasio si dedicava alle signore di casa, alle quali raccontava con ardente linguaggio le meravigliose imprese dei Mille. In particolare la giovane cognata del padrone di casa lo ascoltava con crescente attenzione. Chiusa in se stessa, attenta ai lavori femminili e alle cure della casa, non aveva mai lasciata la città, anche a causa del divieto borbonico inflitto alla famiglia. Silvia – tale era il nome della ragazza – aveva un animo nobile e fiero, nutrito d’odio contro ogni forma di tirannide, pieno di desiderio di riscossa nazionale. Era agile e spigliata nella persona, aveva bellissimi occhi bruni con folte ciglia; i voluminosi capelli neri erano raccolti in trecce che le ricadevano sul seno.

Quel giorno Emilio e Silvia ebbero varie occasioni per stare insieme e parlarsi: vicini a tavola durante il pranzo, soli a passeggio nel giardino all’ora del caffè, dirimpetto in carrozza. Emilio fu cavalleresco, appassionato, eloquente. Silvia fu ascoltatrice intelligente, intervenendo nel discorso con risposte giudiziose e argute. Amor che al cor gentil ratto s’apprende. I compagni di Emilio s’accorsero presto del nascente idillio, e anche la sorella di Silvia si mise in sospetto. I discorsi dei due giovani man mano cedettero a silenzi più prolungati. I loro sguardi cominciarono a produrre crescenti turbamenti.

La sera del secondo giorno si dava un’opera in onore dei garibaldini. Il teatro era illuminato a festa. Emilio, porgendo a lei il braccio fino al palchetto, fu assalito da un tremito che quasi lo fece venir meno. All’inizio dell’opera fu suonato l’inno di Garibaldi tra un turbine di applausi e nell’entusiasmo generale; gli occhi dei due innamorati si fusero in uno sguardo appassionato. Quella notte nessuno dei due prese sonno. Emilio passeggiò in giardino con il cuore pieno di felicità, respirando la brezza notturna. Silvia lo vedeva dalla finestra della camera superiore, dietro la persiana.

Il giorno successivo gli ufficiali garibaldini dovevano partire per Bajano, per unirsi alle truppe. Emilio approfittò di un momento in cui Silvia passeggiava sola in giardino per raggiungerla e parlarle con voce tremante: “Partiamo; forse non ci vedremo più…”. S’accorse di una lacrima sul ciglio di lei. Dopo un lungo silenzio, riprese: “Dunque, addio, Silvia”. Lei gli diede la mano ed egli la strinse palpitando; e come fuori di sé “Silvia, ti amo” balbettò e fuggì.

Edoardo Campostrini

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