Salute&Soffritti – Cetrioli o uomo killer?

In questi giorni di grande marasma mediatico credo che ognuno di noi si ritrovi un po’ confuso; prima i cetrioli killer, poi gli spinaci, per infine passare ai germogli di soia infetti. Credo che questa politica di mala informazione, oltre a danneggiare notevolmente il comparto ortofrutticolo, non sia di aiuto neppure alla maggior parte di coloro che, ascoltando il notiziario o leggendo le prime pagine del quotidiano, si lasciano prendere dal panico.

So che molti di voi, come fervidamente richiestomi, vorrebbero ricevere il mio parere in proposito. Quello che posso dire in merito è che, a mio avviso, le ragioni di queste mutazioni batteriche sono imputabili a diverse cause, prima tra tutte la tipologia di concimazione utilizzata in alcune campagne. Per capire meglio il nesso che intercorre tra fertilizzazione ed infezione, tenete presente che l’ormai così menzionato batterio Escherichia Coli, indispensabile per una corretta digestione dei cibi, risiede normalmente nel nostro intestino, del quale ne è colonizzatore, ed una volta esplicata la sua azione digerente nei confronti del cibo che introduciamo, viene espulso tramite le feci.

Purtroppo, oggigiorno, è pratica sempre più comune smaltire i fanghi reflui umani, provenienti dai depuratori, nei campi deputati alla coltivazione di colture foraggere ed ortaggi, per poi coltivarli immediatamente senza rispettare il termine minimo di riposo di un anno impartito dalla legislazione. In tal modo la concentrazione microbica intrinseca nei liquami, tra cui soprattutto i batteri ascritti alla specie Coli, non ha tempo di venire neutralizzata e distrutta dagli agenti atmosferici, pertanto rimane quiescente nel terreno dal quale viene ipoteticamente veicolata nei vegetali che arrivano sulle nostre tavole, soprattutto ortaggi a foglia e a frutto dal ciclo di coltivazione molto breve. Ma se invece queste mutazioni fossero i primi bagliori di una natura che inizia a ribellarsi all’egemonia in alcuni casi indiscriminata dell’uomo?

Ovviamente non è mia intenzione fomentare allarmismi né spaventare nessuno, ma solo porvi uno spunto di riflessione per un’analisi personale. Riflettevo su una delle fonti di contagio ormai accertate dalle quali sembra aver avuto avvio tutto il meccanismo, ovvero i germogli di soia. Attualmente, circa il 61% della soia coltivata in ambito mondiale è geneticamente modificata, una percentuale da capogiro se si pensa che anche nel nostro Paese avviene ciò.

Per meglio illustrare il concetto, apro una breve parentesi di ambito microbiologico: ciò che consente lo sviluppo e la riproduzione di ogni batterio è la presenza di un substrato idoneo dotato di tutte le fonti di crescita in forma ad esso disponibile. Molto semplicemente, se l’essere umano reperisce e soddisfa il suo fabbisogno di carbonio necessario alle sue funzioni vitali nei carboidrati, come ad esempio pasta, pane e cereali, per molti batteri la medesima fonte è reperibile nella cellulosa di molte specie vegetali, come ad esempio la soia. Ma le cose si complicano quando quest’ultima è geneticamente modificata. La pratica di creare OGM è nata sostanzialmente per rendere immuni molte specie vegetali alle fitopatologie che minacciano l’integrità del raccolto. Nel caso specifico della soia, inizialmente il suo DNA fu incrociato con il gene della noce del Brasile, ma in seguito si scoprì che questo incrocio scatenava in molti soggetti potenti shock anafilattici. Quindi fu modificata ulteriormente introducendo al suo interno anche il DNA di un virus, di un batterio e della petunia, rendendo questa pianta praticamente resistente a tutto.

Il problema, a mio avviso, è diventato proprio questo, ovvero l’impossibilità da parte dei batteri di approvvigionarsi delle loro comuni fonti di cibo in quanto ad essi resistenti e che quindi, secondo la teoria della sopravvivenza, si vedono costretti a mutare per non soccombere, acquisendo caratteristiche che in alcuni casi potrebbero renderli addirittura letali nei confronti dell’uomo. Tenete sempre presente che queste sono unicamente supposizioni personali, ed a volte, invece che fermarci unicamente ad osservare, dovremmo avere il coraggio di iniziare a cambiare le cose. Retrocedere, in questo caso verso il divieto degli organismi geneticamente modificati, non significa regredire e fermare il progresso come molti sostengono, bensì determinerebbe un punto di partenza verso un mondo più sano e umano.

Andrea Tessadrelli

Dott. Magistrale in Scienze Alimentari

Produttore biologico di ortaggi

 

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