Mantova – Viaggio al termine della letteratura

Paolo Veronese, scrittore, vive a Toscolano-Maderno

È la terza volta che visito il Festivaletteratura – ma chi ha inventato questo nome –, da un trafiletto apprendo che nel 1997 prese a modello una simile iniziativa che avviene in un paesino della campagna gallese, Hay-on-Wye, una città-del-libro che a vederla in alcune foto in rete pare assai graziosa.


Ecco, qui da anni autori giornalisti filosofi attori rivenduglioli di libri si ritrovano ormai con liturgica cadenza, con devota intesa. Per difendere e divulgare la letteratura in tempi che certo non sono provvidi di benemerenze, né di mercato. Se poi si comincia a parlare di crisi a ogni giro di paragrafo e ogni battuta e intervento le cose paiono peggiorare, precipitare, preoccupare. Qui cultura e culto sembrano ritrovare unione nel proprio etimo.


Domenica. Ultimo giorno della fiera, ci sarà un’infinità di gente, caos e tende ribollenti calore e ascoltatori; inoltre sole di settembre ancora in fuoco, e poi zanzare e moscerini, tafani e chi sa cosa, tutti all’appello per un grasso consorzio umano all’interno della graziosa città padana.


Vesto monocromo da esistenzialista metà Novecento, raccolgo un po’ di cose, le chiavi e vado, con un velo di barba e un ventaglio di ipotesi, chiuse nella guida minima all’evento. Un po’ di coraggio e di sbadigli allo specchio, so già che tornerà con la nausea tipica dell’indigestione culturale, va be’ calzo il capello e via al termine del giorno, della notte e della letteratura. Chissà mai che riesca a prendere messa o almeno metà in un ritaglio di tempo. Ci sono ancora chiese, grazie a Dio.


Scelgo un centro operativo in un caffè, tavolini in buona posizione, si vedono due piazze comunicanti. Quante giovani donne, che abitini leggeri.


Sono in ritardo per Finkielkraut, mi fermo un attimo nel tendone dove il poeta Zeichen parla di Anita. Sosto quel poco che ormai so resitere dopo un anno di altari patrii imbiancati dai CL anni famosi e onnipresenti.


C’è da stare in piedi in molti padiglioni. Trovo una sedia e resto ad ascoltare la lettura di un romanzo di X, mentre a pochi metri un saggio di Y invade l’intreccio amoroso. Mi allontano e godo del fenomeno acustico. A mano a mano che ci si sposti sulla piazza s’odono in percentuali variabili gli altoparlanti di tre contemporanei dicitori. Passeggio un po’ a destra e manca a cercare il baricentro: oh ecco, qui le onde sonore si incontrano e scontrano perfette, le parole perdono senso e schiudono una nuova meraviglia. Non son più le solite cose, le ovvie cose che si sentono sempre.


Lo scorso anno a dire il vero a turbare l’atmosfera e renderla più elettrica ci fu l’autore angloindiano Naipaul, premio Nobel senza macchia né patente di corrette virtù politicanti, impegnate sociali o terzomondiste a scorta; uno che insomma fa il mestiere dello scrittore. Sentitosi offeso per le osservazioni dell’intervistatrice in merito proprie posizioni sull’islam, lasciò il palco con tanto di carrozzella e moglie, il pubblico sbalordito. Un atto d’orgoglio, d’autarchica consapevolezza del proprio valore, che mi ispirarono immediata simpatia per lui, tanto per cambiare c’è qualcuno che s’incazza, e se lo può permettere. Andai ad acquistare
La maschera dell’Africa il giorno dopo.


Scorrendo la lista di quest’anno temo improbabile ripetersi tanto. A ramingo tra gli stand troveremo l’ennesimo poeta bulgaro o il solito F. che inflaziona le vendite.


Per una volta vorrei vedere un autore insolito, di quei piantagrane come Sgarbi o Parente o Veneziani, qualcuno insomma fuori dal coro pacificato della Repubblica Democratica delle lettere. Niente nenie sul paese che non va etc. su governo etc. od odifreddure etc.: ognuno al riparo del proprio tendone, ognuno col suo educato uditorio e il suo libro, tutto cortesia e fair play, al massimo allignando invidia per l’ erba più verde dell’autore vicino; che scaricherà a mezzo stampa l’indomani. Ma vero agone, come si dovrebbe avere in un campo dove la battaglia dovrebbe essere feconda e buona: ben lo sapeva Montale, che lasciò questo mondo trent’anni or sono e qui non gliene cale a nessuno.


Ora è sera, e su Mantova una brezza leggera sembra sparga in giro voci e odori di libri, polveri di strada. Il caffè ha macchiato questo taccuino che assicura l’etichetta usavano anche Chatwin e Hemingway. Lungo un sospiro mi sfugge, mentre penso a Fiesta, alla sua brutale bellezza in carne di lettera.
Caffè, acqua tonica, conto. Si allungano le ombre, tagliano in obliquo la piazza, colpetti di tacchi frettolosi mi tengono vigile. Bella piazza, ma non è facile camminare su questo ciottolato, mi dice mia sorella. Ora se ne va Sordello col suo canto provenzale, ora le campane mi salutano. Al prossimo anno.

Paolo Veronese

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