Tranström, chi è costui?

Paolo Veronese, scrittore, vive a Toscolano-Maderno

Qualche giorno fa è uscito il numero alla lotteria, l’ultimo premio Nobel per la letteratura. Tomas Tranström, poeta svedese, psicologo, 80 anni e tanti acciacchi, una moglie amorevole. Giocava in casa, ottavo premiato in madrepatria.
Quasi una nota trascurabile, i telegiornali danno la notizia en passant, incerti su quel nome inatteso. I favoriti Adonis, Joyce Carol Oates, Murakami, un’altra volta. Ritentate, la lista è impolverata di nomi e storici sepolcri: Borges? Ah, parlò una volta di troppo, fu depennato e tacciato a vita. Peccato.
Nemmeno stavolta Bob Dylan, penso. Avrebbe rotto un po’ gli equilibri, avrebbe suggerito un ritmo nuovo al concetto spesso inamidato della poesia, avrebbe rotto: forse c’è troppa bibbia dentro il profeta del Minnesota, troppa tensione religiosa fra le righe, basta ascoltare bene. Le scusanti che i suoi testi sono sì di spessore ma adeguati per la musica, tutte balle da accademia. Avrebbe forse risollevato il lustro di cui il titolo godeva nel passato? Chissà, ricordo che da ragazzo sentivo ogni poeta di paese parlare con gli occhi che brillavano del Premio Nobel (Nobèl, probabilmente), come se lo sentisse nelle proprie mani, lui, come se la fama e i soldoni avesse già nelle tasche. Un po’ l’effetto del superenalotto: generatore di sogni, di visioni iperboliche e di speranti chimere. Era strano, ridicolo certo, ma anche generosamente umano.
Mi sembra come passato l’incanto, ora, di anno in anno suona in minore, dal famigerato ’97 in cui il declino si marcò di grottesco e buffo. Quando balzò in Parlamento lo sbigottito tormentone «Chi, Fo? Sarà Bo, no è Fo. Boh.». Saramago, Grass, Xinjang, Naipaul, Kertész, Coetzee, Jelinek, Pinter, Pamuk, Lessing, Le Clézio, Müller, Vargas Lllosa. Alti e bassi, come la borsa. Dopo quindici anni torna un poeta puro, adesso è il momento di Tranström, che gli amici han già battezzato transistor, transformer e così via.
Cerco tra le riviste in archivio, ne trovo due che parlano di lui. Una terza, con un profilo più ampio dell’autore, manca; non c’è. La dannazione di una raccolta del genere è proprio questa, avere l’ingombro di materiale cartaceo e la rarissima volta in cui quel nido di tarli tornerebbe utile si scopre ce quel tal numero o quel talaltro non c’è. Buco nero, orizzonte degli eventi, maledizione. Be’ sulle altre due c’è qualcosa, delle poesie. (Piccola digressione: essendo all’antica quando mi occorre un’informazione cerco prima di reperirla nei miei scaffali e solo dopo aver escluso le fonti fisiche cedo all’uso enciclopedico moderno, guardo in rete, finisterrae metafisico. Procedimento il mio più lento e tortuoso, ma pure, un andare per gradi, categorie e gerarchie, ciò su cui s’è formato e strutturato il pensiero da Aristotele in qui. Meglio conservare la vecchia gravosa enciclopedia caso mai che la wiki improvvisamente collassasse.)
Fatica inutile, domani su tutti i giornali sarà adeguatamente descritto e magnificato su tutti i quotidiani, questo autore né più Carneade (che tutti sanno chi sia) né più un pesce solitario nella corrente tumultuosa del mondo delle lettere. I distratti editori recupereranno presto ogni opera del Tranström , Crocetti e Herrenhaus, i due editori che dispongono degli unici due titoli tradotti provvederanno a una ristampa, applicandovi l’etichetta colorata campeggiante il nome l’inventore della dinamite, assicurando vendite che coprano i costi, se non profitti da quel campo inaridito e infertile che è il mercato di poesia. Già Balzac nel prefare La peau de chagrin, scriveva, nel 1831: «Al giorno d’oggi che cos’è una reputazione letteraria?… un manifesto rosso o azzurro attaccato ad ogni angolo di strada. E poi, quale poema sublime avrà mai la possibilità di raggiungere la popolarità del Rosso-Paraguay e di non so quale Mistura?».
Ma vediamo, al lume di un esempio di fare i conti con la poesia: La primavera giace deserta./ Scuro come il velluto il fossato/ si snoda al mio fianco/ senza immagini riflesse./ / Soli a splendere/ sono dei fiori gialli.// Mi porta la mia ombra,/ come la sua nera custodia/ un violino.// La sola cosa che voglio dire/ brilla fuori dalla mia portata/ come l’argento/ sul banco dei pegni.
(traduzione di M.C.Lombardi)
Un uso generoso di figure del classico s’accompagna a una asciuttezza e brevità distillata, con dense suggestioni naturali e una frase poetica sorretta da metafore continue –correlativo oggettivo- che si proiettano in un gioco d’ombre al di sopra del reale, sul telo immaginifico di una metafisica che rinasce a ogni giro di verso, accostando e comprendendo termini lontani, talvolta a balzi divaricando la semantica, accelerando le immagini. Tutto ciò accade, come i poeti sanno, nel silenzio della mente, prima dell’azzardo che tinge inevitabilmente la pagina.
Silenzio cui da anni è costretto il poeta, ma la poesia è anche ictus, ritmo, pausa, ripresa. Così la vita.

Paolo Veronese

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