L’illusione del libro. Carta vs pixel.

 

Paolo Veronese, scrittore, vive a Toscolano-Maderno

Sine libris cella, sine anima corpus.
Si è letto che una famosa ditta di arredamenti svedese ha deciso modifiche al suo principale modello di libreria in previsione di una drastica diminuzione di libri cartacei nelle case, per via della futuribile diffusione dell’e-book.
Così, agghiacciato da una prospettiva dove sparisse a poco a poco la seduzione della carta, tatto e olfatto, o il piccolo piacere di sbirciare i libri nelle case altrui, titoli e disposizione, come fotocopia di un’anima e delle sue scelte, ho tratto un po’ di volatili pensieri, che qui espongo. Sperando che i calcoli svedesi siano buoni quanto le loro leggi.
Le profezie sulla fine dei libri non son di per sé lettera nuova, senza scomodare le visioni un po’ ebeti di Fahrenheit 451 con gli uomini trasformati in ripetitori meccanici di parole, né il califfo Omar che incendiò la Biblioteca di Alessandria perché i libri erano o dannosi, se non conformi al Corano, o inutili se conformi. La storia è lunga quanto il Mahabharata.
Fin dal suo principio, la forma del codice, opposta ai rotoli, fu guardata con certo sospetto dai dotti, che continuarono a srotolare i loro libri in papiro o pergamena. La diffusione del formato in pagine rilegate fu merito del pensiero cristiano, i quali adepti predilessero la praticità di consultazione (e diffusione) del nuovo prodotto, che in seguito sarà perpetuato nell’alveo della Chiesa nel laborioso silenzio dei monasteri, fino a raggiungere perfetta struttura nella Bibbia di Gutenberg.
Ad inizio Ottocento, con la rapida ascesa della stampa si preconizzava il sopravvento del giornale sul libro; poi l’invenzione del fonografo di Edison che avrebbe reso tutti testi in forma sonora; e in seguito il cinema, la radio, il resto. La sfida a sostituire questo contenitore del pensiero umano ha esercitato un fascino irresistibile, oltre che affrettate previsioni. Pur rilevando nel Belpaese un attecchimento tutto sommato pigro del fenomeno digitale a discapito della tradizione, risulta evidente che l’ultimo attacco al libro ha connotati affatto diversi, e strategie più subdole, poiché si avvale della nostra complicità. L’introduzione dell’elettronica non investe solo la forma in cui fruiamo la parola scritta. Un lettore di e-book, potrebbe alla lunga trasformarsi in un oggetto anche più comodo del volume cartaceo, o assumerne la forma identica, pseudocarta compresa, con micro celle che si colorano a comando. Non il libro in sé cambia ma più ampiamente la stessa lettura, il metodo, cosa e quando si legge, il perché e nondimeno la profondità con cui ci si possa dedicare al piacere del testo, su cosa focalizziamo l’attenzione, conseguentemente cosa possiamo ricordare di un libro letto.
Perché il libro come finora sopravvissuto è un essere antico, è come noi. È autarchico, impone pagina dopo pagina l‘espressione di un determinato pensiero e la costruzione di un mondo mediato dall’immaginazione. Ma la nostra volontà di abbandonarci a quel mondo, magari vasto come Guerra e Pace o la Recherche, saprà resistere alle tentazioni? La voglia, il tempo e l’attenzione che vi si dedica per una lettura silenziosa e profonda, non si sbriciolano ogni giorno di più, ingoiati nel vortice giocoso di media più veloci?
Cosa rimarrà del libro una volta entrato nel macchinario. Il libro-cyborg, di cui possiamo figurarci ingenue meraviglie, sarà sottile e potrà facilmente connetterci in rete con la biografia dell’autore, essere glossato e commentato online. Sarà una lettura multilineare, a nostro capriccio potremmo seguire le bizzarrie del caso, infarcirlo di immagini, dopo un secolo tornare alla successiva riga. Vittime di quel che il filosofo Günter Anders denomina dislivello prometeico. Lo squilibrio del rapporto uomo-macchine.
Ameremo il piccolo vasetto di Pandora, né ci accorgeremo se ciò che ne esce sarà il Male o il Bene, o il Vacuo, che conta? Il medium sarà il messaggio, ne prenderà man mano la forma, per rinverdire la formula di McLuhan.
Affamare il cervello di nuovi bisogni, sempre più volatili e immateriali, crea nuovi disturbi, psicosi, dipendenze altrettanto immateriali. Affamati e folli è uno slogan demente.
Cosa abbiano in comune il libro e la sua immagine fugace di elettricità e prodigio comincia a essere una vaga analogia. Il libro è un oggetto preciso, ingombra un dato spazio, serve a regolare la gamba del tavolo, si macchia di caffè, si spiegazza in un punto letto più volte, resta sempre bene in vista a ricordarti che c’è ed esige almeno che sia onorato, fa niente se non lo capisci del tutto o lui non capisce te, sarà un destino consumato in pagine e sudate carte, di stupefacenti macchine oliate che l’han fabbricato e mani che lo reggono.
O il libro è l’assenza del limite, un sottilissimo coso che può stare in spazi minimi: lo tocchi appena e ti sorride ed elenca diecimila titoli, magari ti consiglia in base al tempo atmosferico la lettura più adatta, aggiunge immagini, profumi e musica a tono, può contenere ogni testo possibile, in qualsivoglia lingua.
Esso sarà tutti i libri dunque nessuno. O avrà la binaria intelligenza di tutta l’era futura. Acceso, spento. Non è un problema di forma, né più un caso di sociologia della lettura, è ontologico. On/off: Esiste?

Paolo Veronese

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