Rubrica A-letheia: riflessioni a Desenzano del Garda, sull’opportunità di quel lungolago tanto discusso

Uno scorcio del lungolago Cesare Battisti

Parlerò dell’opportunità dei progetti di riassetto di una porzione di viale Cesare Battisti; chiarifico subito che lo farò con il punto di vista di chi crede che un intervento di trasformazione sia un atto doveroso.

Il taglio che si manterrà in riferimento ai progetti di riassetto di porzione di viale Cesare Battisti sarà limitato al senso dell’ “opportunità”; e, lo si vuole chiarire subito, dal punto di vista di chi crede che un intervento di trasformazione sia un atto doveroso. Mi trovo in massimo disaccordo con quanti ritengano che sia meglio mantere lo stato di cose attuale, tacendo o magari trovando addirittura la giustificazione negli abusatissimi termini dell’ecologismo e dell’ecosostenibilità.

Qualche passo indietro: un Piano Integrato di Intervento è una procedura normata da una legge regionale che prevede una seminegoziazione tra compartista e pubblica amministrazione. Questa modalità attuativa, inquadrata in uno strumento urbanistico generale programmatico, deve (dovrebbe) prevedere quali siano gli interessi pubblici da realizzare con il contributo dei privati.

E qui la prima questione. A margine di un ampliamento di una parte di città sono notevoli gli investimenti da supportare, al fine di connettere, non solo tecnologicamente o viabilisticamente il consolidato al nuovo: urbanizzazioni secondarie, strutture di interesse collettivo, volume in compensazione. Ampliare una città significa, ed in Italia lo si dimentica troppo spesso, dotarla di attrezzature e spazi per la vita, su di un disegno infrastrutturale precedente. Tutto ciò premesso si ritiene che le opere pubbliche “strategiche” inserite in un P.I.I. debbano essere di quest’ordine; a meno che non emergano necessità collettive prioritarie.

Il lungolago Cesare Battisti: un approvato Piano Integrato d'Intevento prevede una nuova passeggiata a lago di 8.600 mq

Ed eccoci, finalmente, alla prima domanda: la ridefinizione del lungolago è un’opera strategica di primaria importanza per la città di Desenzano, tanto da impegnare una risorsa come le cifre ingenti messe a disposizione dalla concessione di grandi volumetrie quali quelle di recente approvate? La domanda non è retorica; tuttaltro. Io credo di sì; il disegno dello spazio pubblico, in diretta relazione al paesaggio d’acqua del lago, in un luogo di aggregazione qual è Desenzano, è un aspetto importante: urbano, civile, economico. Ma il mio punto di vista non è assoluto, anzi, è piuttosto problematico: non credo che tutti i cittadini siano d’accordo con quanto appena prima affermato, specie i futuri abitanti della zona delle Tassere. Questo è un nodo, urbanistico e politico, che , forse, andava risolto in altro modo: con maggiore consapevolezza e con un dibattito pubblico.

Il primo dubbio cade quindi sull’opportunità di finanziare un’opera che, per quanto strategica e d’impatto, non interessa un comparto in espansione all’altro capo del territorio e che, forse, meritava di essere finanziata diversamente.

Dal punto di vista disciplinare (quello dell’architettura e del disegno degli spazi urbani) i punti di domanda si moltiplicano. In primis il tema dell’ambito: perchè una trasformazione in questi termini, con questi “limiti”? Se c’è una parte di lungolago che è comunque “marginale” è proprio questa e la sua funzione è confermata dalla storia e dagli usi che si sono susseguiti: si tratta di un tracciato viario, al quale è stata aggiunta una passeggiata, che si assottiglia proporzionalmente alla dispersione dell’abitato compatto; non è in prossimità degli spazi centrali dell’abitato ed è parallelo ad un tratto di strada (ex) statale di grande comunicazione.

Il limite è dunque duplice: di estensione (oltre che di localizzazione) e di modalità trasformativa. La conoscenza del sito ci mostra come il rapporto tra Desenzano ed il lago sia, fino alla metà del secolo scorso, una forma di alterità; questa si radicalizza con la costruzione del porto commerciale e con la realizzazione dei tracciati tramviario e ferroviario, che fisicamente tranciano la continuità, insediando una barriera. In corrispondenza di questi manufatti si costruiscono dei grandi nuovi suoli artificiali che tolgono superficie all’acqua e, una volta dismessi (parliamo del 1955…), vengono destinati a funzioni marginali, casuali, secondarie: un parcheggio, delle aiuole, una rimessa privata, sedi stradali.

Desenzano non ha un lungolago, visto che questa parola prevede una connotazione qualitativa e di senso, ma piuttosto una superficie che lambisce il Garda, che si dilata e si restringe, secondo modalità e scopi che rispecchiano quelle del momento in cui è stato concepito: gli anni venti, un mondo pre-motorizzato, pre-turistico, quando il paese non superava i diecimila abitanti. Quell’idea di percorso lineare, che si limitava ad ampliare la banchina non è mai stato messo in discussione: dalla formazione degli spazi pedonali, una volta trasferita l’arteria stradale, al ridisegno di piazza Matteotti, alla realizzazione degli uffici della Navigarda, ai giardini della Maratona, alle fontane in ceramica, alla palizzata oltre il porto di Rivoltella.

E quanto si è visto in questi mesi, ancora un volta, conferma tutto ciò: solo un’operazione di maquillage, che con disegni del verde e del suolo che distinguono ed allontanano il paese ed il suo paesaggio d’acqua costruendo un’ulteriore sospensione e che, come unica risposta alla necessità di modificazione, offrono una riproposizione di quanto fatto cent’anni fa: realizzare nuovi suoli artificiali. Entrambe le proposte confermano il caos sotteso all’attuale assetto del “lungolago” desenzanese: continuità nel solco di un esito di sovrapposizioni incoerenti, perché venute meno le funzioni che le hanno rese necessarie, ma le cui forse non sono mai state messe in discussione.

Uno scorcio del lungolago Cesare Battisti

Mai un’ipotesi di generare nuove spazialità dalle dilatazioni del tessuto costruito, che quasi ritmicamente riprongono degli svasi verso il lago, di proporre elementi centrali in grado di sposare l’attenzione dall’ipertrofica piazza Malvezzi col porto vecchio, di rivedere le accessibilità (carrabili) o la rifunzionalizzazione degli enormi spazi della Maratona. La modificazione necessita di una crisi, se non di una catastrofe, e questo implica un cambio di paradigma: conoscitivo, procedurale, ontologico.

Un intervento isolato, mancante di uno sguardo complessivo, specie per le somme finanziarie in gioco, non sarebbe solo un’opportunità perduta, ma un sigillo sul fatto di vincolare una città ad un’idea che è già vecchia.

Si crede che valga la pena riflettere dal punto di vista strategico e programmatico quanto quello che è stato proposto sia interessante in termini di rigenerazione della ricchezza e rinnovo dell’immagine della città; dal punto di vista politico per giungere ad una soluzione condivisa nei principi e nei programmiI: non come sta succedendo oggi, dove ci si schiera pro o contro due cose perfettamente identiche, se non nella forma; dal punto di vista urbanistico nel rispetto della storia morfologica ed urbana della città e delle possibilità di recupero dei suoli mal-utilizzati; e dal punto di vista disciplinare, prima di dare l’avvio ad un procedimento che inciderà sul futuro di Desenzano.

Anche perché gli esempi positivi (più o meno recenti), anche sulle sponde del Benaco, non mancano.

Flavio Vida, architetto

studio.fva@gmail.com

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