Rubrica – Aletheia: la Villa Romana di Desenzano

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Se vogliamo parlare di patrimonio dimenticato, come ricorda il titolo della rubrica, forse si doveva iniziare l’itinerario dal primo numero con il sito archeologico della villa romana. E non è (solo) per le recenti notizie di ordinario degrado, disinteresse, oblio, alle quali, in relazione ad altri siti, siamo tristemente abituati dai mass media nazionali (dalla chiusura per mancanza di personale, all’utilizzo dei nazionali ed inviolabili suoli come parcheggio); credo che sia necessario e doveroso prendere coscienza di un patrimonio storico artistico all’interno della città, sia dal punto di vista conoscitivo (è stata ed è oggetto di studi multidisciplinari, alcuni dei quali anche di spessore), sia come elemento strategico, materia viva da tutelare e rendere polo generatore di trasformazione, attrazione, aggregazione.

Le vicende della villa del patrizio Decentius, dal cui nome deriva il toponimo di Desenzano, sono ben riportate sulle brochure e sul sito della Soprintendenza Archeologica: si tratta di uno o più complessi edilizi, costituenti parti di rappresentanza, rustica ed abitativa, posti ai margini di una diramazione della via Gallica. Notevoli sono le superfici musive, presenti nella sala lobata del corpo A, nella trifora ed in stanze minori; ed

Automobili parcheggiate all'interno degli spazi della Villa Romana di Desenzano

assolutamente interessante è la stratigrafia del costruito, che in diversi punti mette in luce la sequenza di almeno tre fasi successive. La villa peraltro è solo la punta dell’iceberg di una presenza fitta di reperti di età classica sul territorio, che vanno dai recenti rinvenimenti a San Cipriano, a quelli di San Lorenzo, fino alle contigue preesistenze nell’abitato di via Roma.

Spero di sbagliarmi, ma probabilmente tra i lettori, nessuno (o quasi) ha mai fatto visita al sito archeologico, eccezion fatta per una gita alle scuole elementari; sito considerato dalla soprintendenza archeologica Lombarda come il più importante del nord Italia, escluse le grotte di Catullo. Ma chi d’altronde può essere attratto da un luogo così marginale, non pubblicizzato, recintato dietro una cancellata, incassato fra retri di edifici, privo di alcuna identità?

Il corpo C, quello parallelo a via gramsci, risulta parzialmente distrutto, a causa degli interventi edilizi eseguiti negli anni sessanta, e miracolosamente salvato alla speculazione. Il padiglione A musealizzato negli anni trenta, risente dei grossolani restauri operati al tempo dei primi scavi e la materia della villa è int

accata e compromessa dall’inserimento di quella pesante quanto brutta copertura, ahinoi divenuta ex lege oggetto sottoposto a tutela. E le coperture degli anni successivi non hanno risparmiato l’integrità materica e neanche il suolo archeologico (oggi invece ragioni sbandierate come imprescindibili e che quindi cancellano qualsiasi possibilità di intervento), innestandosi con elementi in metallo, a sorreggere pannelli in policarbonato, dirett

amente nelle murature del reperto.

Notevole è invece la tensostruttura disegnata dallo studio Albini-Helg, sottile variazione della loro esperienza museografica e di allestimento; questi tendaggi orditi sopra una maglia in acciaio zincato, capace di alterare la regola della griglia per rispettare gli antichi tracciati,con la duplice funzione di proteggere ed incorniciare i resti, appare come un tentativo, riuscito, di coniugare regime vincolistico degli organi di controllo, con le ragioni della contemporaneità; e questo risulta ovvio anche al visitatore, che percepisce una continuità in copertura e la possibilità di comprendere, in un unico sguardo, il suolo.

La villa romana di Desenzano potrebbe essere centro di un sistema di riorganizzazione dei siti e musei archeologici del basso garda (ce ne sono una quantità notevole: Sirmione, Peschiera, Cavriana, Montichiari, Lonato, Manerba, Gavardo…) e dovrebbe essere sede di un importante polo culturale cittadino: un luogo riconnesso al lungo lago, dotato di spazi di servizio ed aggregazione, funzioni pubbliche e collettive di interesse sovracomunale, centro finalizzato allo studio e conservazione delle antichità.

Rimane invece un prato scosceso, recintato e con coperture e tettoie disomogenee, dove le operazioni di scavo, forse, non avranno termine e la cui promozione sia quasi un impiccio perché solleverebbe il problema della trasformazione, con cui doverci fare i conti.

Questione che è lungi dall’essere reale, finchè le normative che, per timore di introdurre processi critici, pretendendo di tutelare questi luoghi, non fanno altro che condannarli alla rovina, all’immutabilità, all’oblio. Pezzi di un mosaico che sarà sempre più difficile ricomporre.

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