Angelo Maria Canossi, ovvero “l’Angilì”

Angelo Canossi

Si ha un bel dire e spiegare ma noi, da ragazzini, il dialetto ce l’avevamo dentro come una parte della nostra esistenza, indissolubile, ci accompagnava nei nostri giochi come le biglie che ci sfondavano le tasche della braghe corte o gli zoccoli rumorosi di legno duro che usavamo in estate per andare al lago, era così immediato ed espressivo anche se, come scrive il Canossi stesso: “l’è issé dùr che quand l lès èl par de sgagnà i sas e de spudà!”

In casa si parlava in italiano naturalmente, a scuola pure, e con i grandi anche, solo alla fine della quinta elementare la maestra Raganella ci fece una piccola lezione di vita, di quelle che poi te le porti dietro per sempre: “ Ricordatevi che i verbi si coniugano, le tabelline si elencano, i teoremi si dimostrano, i temi si svolgono, i problemi si risolvono, gli errori si correggono, ma il dialetto non si impara, lo si ha dentro e farà sempre parte del vostro modo di esprimervi e di essere grandi.”

Così il dialetto lo cullai, lo studiai fino a che non trovai quel libro un poco slabbrato fra le cose dimenticate del solaio di casa: una edizione del 1930 –delle Officine Grafiche Lombarde-Brescia era il Melodia e Altre Poesie Dialettali Bresciane di Angelo Maria Canossi ovvero“l’Angilì.”

Ma chi era il Canossi? Il poeta che cantava della bottegaia di Brescia, una certa sig.ra Coppi, che aveva negozio “al cantù dei stupì” e vendeva un po’ di tutto: “ cicolàta, mandole ‘ambruzine, farina e stopài per el , el cafè fioretòne e l’estrat d’Olanda…” una tipa come lei c’era anche a Rivoltella anzi due: la Gisela e la Soncina, sono state la gioia di generazioni di ragazzi:

Con grazia il poeta Canossi ne descrive l’originale personalità:

-“sentàda tot èl dedré d’on bàncèn d’on streciò gremit mercanzia

-la sa cantà issé le variassiù sté motif dèl frànc,

-chè (miga bàle!) ai frànc ghè le alee i scàpa pèr lùr da la scarsèla

-e i vùla so ‘l sò bànc!”

Imparai a capire ed ad amare questo piccolo cuore d’artista disordinato irrequieto nato a Brescia il 23 marzo del 1862 da una famiglia dai fasti decaduti, lui stesso ironicamente ne decantava le origini nobili ricordando spesso gli arredi di casa memori di antichi decori e lo stemma del casato raffigurante “Un cane rampante con un osso in bocca”

Anni di esistenza irrequieta, continui viaggi brevi, poi giovanissimo a 20 anni si recò a Parigi presso uno zio e seguì irregolarmente un corso alla Sorbona, pochi esami, senza preoccuparsi di conseguire una laurea.

Si pagò la vita con lezioni di Italiano, qualche servizio giornalistico e con i guadagni, via, ancora in viaggio attraverso l’Europa. Allievo estroso e discontinuo frequentò dapprima le primarie al San Barbara poi passò al Civico Ginnasio e al Liceo di Desenzano impegnandosi solamente in ciò che gli piaceva.

Lo ritroviamo, dopo il Liceo, all’Istituto Superiore di Lettere a Firenze ma lo frequentò solo per un paio d’anni e si ritirò ancora una volta a Brescia a dare lezioni private per vivere.

E’ all’inizio del secolo scorso nel 1903 che esce la sua prima opera, una satira cruda a carico di un tenore sgrammaticato, con lo pseudonimo di Storpiato Tasso, e poi ancora articoli e attività giornalistica, prima redattore e direttore, per poco tempo, de “La sentinella bresciana” fondatore in seguito di un giornale umoristico e di informazione “Il guasco” Pieno di attività e iniziative ne sfornava a getto continuo, ma l’intuizione e l’entusiasmo tipico dell’artista si bloccava di fronte alla disciplina degli orari e alla ripetitività del fare. Aprì una tipografia ma dopo poco tempo la vendette, fondò altre due riviste letterarie: l’Illustrazione Bresciana e Brixia ma ne mantenne come sempre la direzione per pochi mesi, ebbe una relazione con una certa sig.ra Iole cantata in poesia ma non seppe decidersi al passo importante del matrimonio.

Continuò questa esistenza disordinata e piena di avvenimenti culturali, sarà nel 1916 che con la fondazione dell’Istituzione della Memoria porterà a termine il suo progetto più completo e compiuto, ma più tardi ebbe l’assegnazione dell’incarico di allestire il Vocabolario Bresciano da parte dell’Ateneo di Brescia che gli garantiva un assegno mensile…inutile dire che non completò l’opera e… l’assegno gli venne sospeso!

Si trasferì a Bovegno in Val Trompia definitivamente a la Cà de le bàchere, che lui chiamava con la solita arguzia “Il Vittoriale della nullatenenza” dove trovò finalmente l’ambiente adatto a placare la sua irrequietudine, aveva 74 anni.

Qui morirà, sepolto nel cimitero locale, all’età di 81 anni il 9 ottobre del 1943.

Scanzonato, caustico, imprevedibile come appare ne “La madòna dèl dutùr” o nella raccolta titolata “Ràssega” ironico ne”Le Carmelitane a la Mèssa alta S. Faùstì” generoso patriota ne “L’esòrdio

dés zornàde” ma è un vero maestro quando affronta il tema umano del dolore e della sofferenza di una madre, ed ecco “Amùr màma” versione dialettale della poesia “Ritorno” di Giovanni Pascoli, carica di pàtos che supera di gran lunga l’emozione suscitata dal testo originale in italiano (non me ne voglia il poeta di San Mauro di Romagna).

Così si esprime il Pascoli, parlando del figlio accanto alla madre morente

M’accosto al suo letto: ella un poco

li occhi alza; ella vede, Ella parla:

Oh! Povero bimbo!…del fuoco,

che ha freddo!”

Così, a sua volta si esprime il Canossi…

per bazàlaOh Dio!…Pianì pianì

dèerf i occla vèd, la parla; “Ah s’cèt

mìs!… Dèl foc, dèl foc, poarì,

chè el gaarà frèd!”

Ugo Andreis

 

One Comment

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