L’industriale di Giuliano Montaldo

 

Il regista Giuliano Montaldo

Si intitola “L’industriale” il film girato a Torino, con tre milioni di budget, per la regia di Giuliano Montaldo, con Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini, prodotto dalla BiBi Film in collaborazione con Rai Cinema e con il supporto della Piemonte Film Commission.

La sceneggiatura è stata scritta a quattro mani da Montaldo e da Andrea Purgatori e racconta di Nicola (Favino), un industriale torinese di adozione, ma di origini pugliesi, sposato ad una bella donna (Crescentini), molto ricca, costretto ad affrontare una pesante crisi economica e dell’azienda da lui diretta.

Anche se la notizia non è emersa particolarmente durante le conferenze stampa e la presentazione in anteprima al Festival di Roma, il film nasce da un’inchiesta svolta dal regista e da Purgatori, grazie all’esperienza di un vero piccolo imprenditore del fotovoltaico, il bresciano (di Remedello) oggi attivo in Slovacchia, Luca Ruggenenti, che dopo aver ereditato un’azienda di successo dal padre si è trovato tramortito dalla crisi e in grosse difficoltà con le banche, con i propri settanta dipendenti, che conosceva uno per uno, e con la sua famiglia.

Ruggenenti, tra la fine del 2008 e il 2009, era stato costretto a licenziare i suoi dipendenti, a fronteggiare le richieste (legittime) dei fornitori che chiedevano di essere pagati e il no degli istituti bancari, alla richiesta di prestiti. La crisi finanziaria viene quindi per una volta, affrontata attraverso la prospettiva degli imprenditori, con tutti i risvolti psicologici che un possibile o effettivo fallimento comportano.

 

Una scena del film

La storia dell’imprenditore bresciano è andata però a buon fine. Ruggenenti aveva infatti promesso ai suoi dipendenti che, se fosse riuscito a rimettere in piedi l’azienda li avrebbe riassunti tutti, e così è stato. Trovato l’acquirente di una quota di minoranza, l’azienda è tornata a funzionare come un tempo, ma non come la vita affettiva e personale dell’imprenditore, forse troppo minata dal tracollo economico della sua attività.

Il nuovo film del regista indaga quindi non solo i rapporti di fabbrica e lo scontro con gli istituti di credito che iniziano a negare il proprio sostegno al protagonista, ma anche e soprattutto il suo privato.

La pellicola è nelle sale con la metà di gennaio, nel frattempo abbiamo incontrato il regista che ci ha parlato del suo ultimo lavoro sul cinema “civile e morale”, realizzato a 80 anni, con 61 di carriera alle spalle.

La città è Torino, ma potrebbe essere qualsiasi città industriale italiana. È una città surreale, senza auto. Ho visto cose terribili andando in giro per documentarmi. Siamo andati a Pinerolo a girare la scena di una fabbrica occupata e all’improvviso la fantasia è diventata realtà, ci siamo trovati circondati da persone preoccupate che volevano sapere cosa fosse successo. La crisi che stiamo vivendo è devastante, distrugge le aziende. Nel film distrugge un uomo, un imprenditore che conosce tutti i suoi operai. Il mio protagonista è un uomo che si chiude e diventa impenetrabile comincia ad aver problemi con la sua bella moglie.

Ho iniziato nel cinema nel ’50 e mi dicevano già di lasciar perdere perché il cinema era in crisi. Chi lavora nel cinema è precario, non c’è disoccupazione, non si può neanche dire di essere malati.

Ora ci sono industriali che chiudono e altri che tengono duro. Ci sono crisi diverse. Per i piccoli industriale, i loro operai non sono fantasmi con le tute blu, sono persone con dei volti.

Torino è una città  straordinaria e ci si può ambientare di tutto. È una città  simbolo. Se vedranno il film a Detroit, potranno credere che è  ambientato a Detroit.

Abbiamo girato tra gennaio e febbraio 2011, spesso di sera con un freddo terribile. Ma ricordo il caldo della troupe. È stato un film duro da terminare, impegnativo, con ben 123 scene.

Veronica Maffizzoli

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