L’insostenibile leggerezza dello stile

 

Paolo Veronese, scrittore, vive a Toscolano-Maderno

Il greco Demetrio Falereo nel trattato Sullo stile (perì hermenèias) definisce quattro tipi diversi di stile, e delinea le modalità e le figure proprie in cui un autore debba a secondo dello stile cui appartiene: grandioso, elegante, piano, veemente. Il latino ‘stilus’, stilo per scrivere, a mano a mano ha esteso l’ambito semantico a tutte le arti, nel tempo rivedendo le regole in cui era inquadrato.
Vero è che -questa essendo storia vecchia di un mondo remoto- da quando l’inglese applicò il termine ‘style’ per descrivere il galoppo di un cavallo, la qualifica non si sa bene cosa possa o meglio cosa non possa significare.
(Ri)Comincerò dunque con una poesiola di Friedrich Nietzsche, dedicata alla propria macchina da scrivere:
La Writing Ball è cosa come me: fatta di ferro / pieghevole e versatile nei viaggi. / Pazienza e tatto sono necessari, / come agili dita per usarla.
Tra i primi ad utilizzare un prototipo di macchina per dattilografia fu proprio il filosofo tedesco. Sulla fine del 1881, incorso in difficoltà psicofisiche che gli impedivano di scrivere decise di servirsi di questa Writing Ball, da poco entrata in commercio, con tanti tasti da somigliare più a un puntaspilli. Nietzsche ne fu entusiasta, e alacremente rinvigorito nell’attività; ben presto si accorse di un fenomeno inatteso: qualcosa cambiava nella sua prosa. Si faceva più serrata e telegrafica, come se il ferro degli ingranaggi animasse un’impronta: «I nostri strumenti di scrittura hanno un ruolo nella formazione dei nostri pensieri.»
Gabriele d’Annunzio, sulla Tribuna del 30 gennaio 1885 evidenzi ava un pericolo per la contaminazione della scrittura, intendendo perlopiù quella giornalistica: «Io non so. Un febeo furor di madrigali ha preso li animi dei cronisti. Ciascuno si affanna a cercare qualche epiteto nuovo, qualche frase preziosa, qualche verbo efficace, qualche similitudine lirica (…)»
Con un balzo nel tempo giungo ai giorni nostri, al mio affaccendato sforbiciare e rammendare articoli, idee e ipotesi. Sul Domenicale s’è da poco rispolverato il dibattito sullo stile letterario d’oggi. A ciclo periodico, scrittori e critici disputano, lamentano, riempiono pagine di quella bella battaglia d’antan, che oggi pare essere una lotta a penne spuntate. La critica letteraria si vede in certo modo esautorata, non più creduta come parte integrante del meccanismo culturale, ma sempre più inabile a fronteggiare gli eserciti di dilettanti allo sbaraglio, pronti a elevare ora questo libro ora questo autore nel panorama irrequieto dei nuovi media.
La pubblicazione di saggi incentrati sull’incerto presente delle lettere patrie è ultimamente rigogliosa: i ripensamenti sulla società e la sua cultura risultano già evidenti da titoli come: “Scritture a perdere” di Ferroni, “Meno letteratura, per favore!” di La Porta, o ancora “La letteratura in pericolo” di un Todorov a conti fatti pentito delle visioni strutturaliste e la deriva del cosiddetto postmoderno.
Fra molte considerazioni eccellenti e utili si indugia a proiettarsi da un sostrato letterario per descrivere ciò che di nuovo la letteratura buona o cattiva produce. Sfugge spesso il fatto che non solo dalla tradizione e dai maestri si muove il baricentro della nuova onda, ma in uno stato di perturbazione essa sempre più si divincola e abbandona al vortice dei nuovi flussi informativi, dalle forme molteplici e polisemiche, e dai conseguenti dettati sempre in evoluzione. Questi quasar deflagrano l’unità della cosa chiamata letteratura, stiracchiano e plasmano lo stile e le sue presunte esigenze a uso e consumo di fruitori via via meno interessati all’argomento, più attenti a un effetto immediato, visivo, pulp, che la pagina possa dare; immemori del suo contenuto dopo qualche giorno. Ciò non è del tutto vero, per fortuna, ma l’indice di tendenza è questo. La lingua conseguentemente si fa ognora più vicina al parlato, se realistica non lesinerà un gergo volgare e spinto, costruzioni sintattiche saranno più brevilinee e semplificate, da terza media. Ognora più simili a una grammatica da montaggio cinematografico, e partecipando allo stesso disgregamento stilistico in cui il cinema costretto a reinventarsi. Anche se finora il 3D è rimasto appannaggio di edizioni per l’infanzia.

 

Paolo Veronese

Leave a Comment

Powered by WordPress | Deadline Theme : An AWESEM design