La primavera e l’autunno. Il tessile a Brescia, il tessile sul Garda

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L’8 marzo è passato da un po’, il 1° maggio fa presto ad arrivare: come dimenticare queste due date, simbolo delle storiche lotte dei lavoratori per la difesa dei propri diritti? Strumentalizzazioni e commercializzazioni a parte, un po’ di storia non fa mai male. O come ci ricorda il camuno Mimmo Franzinelli, “un buon testo di storia non può lasciare indifferenti”. A Brescia, ma anche sul Garda, la storia operaia muove i suoi primi passi nel settore tessile. Già a metà ‘800 compaiono infatti le prime filande, nelle pianure dell’Oglio e del Chiese, sul lago d’Iseo, nelle alte latitudini gardesane. Quasi 1000 opifici nel 1850, cresciuti a dismisura grazie alla caratteristiche favorevoli del territorio, l’abbondanza di acqua, quasi sette milioni di piante di gelso (baco da seta), tanta manodopera femminile e minorile a basso costo, conseguenza diretta della disgregazione contadina in atto in quegli anni. Il primo grande boom e poi il primo crollo, con l’avvento della macchina a vapore, la prima grande ristrutturazione, i primi licenziamenti. In meno di 40 anni gli opifici si riducono, le piccole aziende soccombono, e agli albori del ‘900 rimangono solo un’ottantina di imprese attive.

Con il passare degli anni però si ingigantiscono, fino ad occupare 10mila lavoratori. Se i registri segnalano la tessitura Rossi di Concesio come prima vera grande azienda del settore (1859), anche sul Garda e dintorni l’imprenditoria ottocentesca non perde tempo. Il setificio di Toscolano, 130 lavoratori, il lanificio di Gavardo, il Villaggio Olcese di Campione, il cotonificio Brescia di Villanuova. E turni di lavoro massacranti, anche di 15 ore al giorno, e tanti bambini, anche di 10 anni, in pieno rispetto dei Regi Decreti del novello Stato italiano. In perfetta sintonia con quanto già sperimentato dall’avanguardia capitalista britannica, riportato da un giovane Engels in uno dei suoi memorabili testi. Due guerre mondiali, nuove ristrutturazioni e nuovi cambiamenti, il boom economico degli anni ’60, il distretto del tessile (da Borgo San Giacomo a Castelgoffredo) che diventa il polo mondiale della calza. Ma il declino è inesorabile, e i dati lo confermano: se nel 2005 l’epicentro calzaturiero italiano, tra Brescia e Mantova, vantava ancora percentuali monopolistiche, il 33% della produzione mondiale e il 68% di quella europea, nel 2011 i numeri parlano da soli, 18% e 45%. La concorrenza è spietata, e non guarda in faccia a nessuno, i grandi buyer non ci pensano due volte: “Vogliamo i prezzi cinesi”. E i produttori del made in Italy, travolti da quello che tutti avevano previsto e che nessuno ha mai voluto affrontare, lo dicono con schiettezza, e chiamano la delocalizzazione.

Lo sanno bene le lavoratrici della Omsa di Faenza, azienda di proprietà della Golden Lady di Castiglione delle Stiviere. “L’Omsa non è mai stata un’azienda in crisi – hanno detto e ridetto le 240 donne a rischio licenziamento – Ci hanno messo in cassa integrazione mentre in Serbia aumentavano i dipendenti, fino a 2000 unità. Accrescendo di conseguenza anche la produzione”. E se non bastasse, le più combattive digrignano i denti: “Troppo comodo scappare dall’Italia senza lasciare garanzie, troppo comodo esaltare il sistema capitalista e la concorrenza solo quando a guadagnare sono i padroni”. Sono oltre 2500 i posti di lavoro a rischio, a cui vanno aggiunti gli oltre 1000 esuberi degli ultimi anni. Un processo distruttivo, spiegano dalla CGIL, un futuro di precarietà, un futuro di sofferenza: “E’ inutile parlare di Articolo 18, o di flessibilità. I salari non reggono più il passo, la forbice della disuguaglianza si apre sempre di più. Se adesso si resiste e si fatica, nel medio e lungo periodo si dovranno affrontare difficoltà ancora maggiori. Andare avanti così significa far scomparire un intero settore”. Non sono confortanti i segnali degli ultimi tempi, le richieste di Confindustria e le scelte del Governo Monti, tra flessibilità in uscita e meno garanzie in entrata. Per questo non dobbiamo dimenticare il passato, le lotte e le battaglie. Per questo non dobbiamo dimenticarci dell’8 marzo e del 1° maggio.

Alessandro Gatta

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