Il mito dell’Ellade e l’amicizia tra Italia e Grecia

Gli abitanti di Parga che abbandonano la patria

Non un articolo a carattere scientifico, anche se qualche citazione e qualche riferimento storico è inevitabile, ma una serie di considerazioni e riflessioni su quanto dobbiamo alla Grecia in termini culturali e sull’amicizia che lega i nostri due popoli, in controtendenza rispetto all’immagine distorta che l’economia vorrebbe darci di questo Paese che ancora oggi lotta per la propria libertà.

            Riflessioni che vengono naturali a chiunque abbia una formazione classica, ma che sono anche frutto della mia frequentazione della Grecia in questi ultimi anni. Certamente la conoscenza della lingua neogreca mi ha favorito in questo e mi ha permesso di amare questa terra come una seconda Patria.

            L’Ellade è davvero un mito, non solo per noi italiani, ma per tutta la cultura europea. E il   pensiero corre alle radici stesse del nostro sapere, a Socrate, a quel bisogno di conoscenza che si esprime nella frase a lui attribuita “Il vero saggio è colui che sa di non sapere” a quel gnose s’ eauton ( conosci te stesso), paradigma e presupposto per la conoscenza del mondo.

            Socrate, come tanti grandi della storia del pensiero, come Gesù o Budda, non ha lasciato nulla di scritto. Le sue idee ci sono note attraverso l’opera del suo discepolo più famoso, Platone. Tra i dialoghi ricordiamo il Critone, in cui l’amico offre a Socrate, già condannato a morte per empietà, una possibilità di salvezza nella fuga, ma Socrate benevolmente lo convince  a desistere, poiché sarebbe assurdo e ridicolo se, alla sua età, per vivere ancora qualche anno, dovesse rinnegare i principi per cui ha vissuto.

            Ecco un valore che la cultura filosofica greca ci trasmette: la coerenza

            Ma l’Ellade è anche sinonimo di bellezza, un unicum assoluto di bellezze naturali e artistiche e l’idea stessa di bellezza, nel mondo occidentale, si può dire che nasca in Grecia. A questo proposito vorrei citare una pagina tratta da “La morte a Venezia” di Thomas Mann.

            Una pagina che crea un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà con i riferimenti mitologici di cui è sempre intrisa la cultura greca. Ancora una volta protagonista è Socrate che ammaestra il discepolo Fedro sulla bellezza e sull’amore: E l’ebrezza del mare e il fulgore del sole gli tesserono un’immagine maliosa, era il vecchio platano poco lungi dalle mura di Atene, il sacro recesso ombroso, profumato dagli ippocastani in fiore, adorno di tavolette votive e di pie offerte in onore delle Ninfe e di Acheloo.Il ruscello, limpidissimo, scorreva ai piedi dell’albero dai grandi rami…: i grilli stridevano e fra gentilezze e spiritose arguzie Socrate istruiva il discepolo Fedro sul desiderio e sulla virtù.. Gli parlava del sacro sgomento che coglie l’uomo di nobili sensi quando un volto divino, un corpo perfetto gli appare e di come trema ed è fuori di sé e venera colui che possiede la bellezza e gli recherebbe sacrifici come alla statua di un dio se non temesse di essere preso per pazzo. “Poiché la bellezza,mio Fedro, soltanto la bellezza è amabile e visibile al tempo stesso ed è la sola forma dell’immateriale che siamo in grado di percepire con i sensi e che i nostri sensi riescono a sopportare”.

            La Bellezza, l’idea di Bellezza, è dunque per i Greci, e lo sarà anche per i Romani, bellezza   fisica e spirituale al tempo stesso, è armonia di forme, è serenità e tensione. Sarà poi il Cristianesimo a creare un dualismo tra questi due termini e a rivendicare il primato dello spirito.

           Ma per molti di noi, della mia generazione, il mito dell’Ellade iniziava sui banchi di scuola, con la lettura dei poemi omerici, con l’Iliade e l’Odissea. L’Iliade, di cui ci rimane il ricordo, non tanto e non solo del vincente Achille, ma soprattutto dello sfortunato figlio di Priamo, Ettore, altrettanto valoroso, che combatte per una Patria che sa destinata a perire, consapevole del destino di schiavitù e di morte cui andranno incontro i suoi cari. Ricordiamo tutti lo struggente addio alla moglie Andromaca e al figlioletto, di cui comunque si augura che un giorno qualcuno possa dire “ non fu sì forte il padre”.

      Un mito, quello dell’Ellade, che si alimentava nello studio della storia antica, dell’epica lotta   delle poleis greche contro un nemico tanto superiore, i Persiani. E il pensiero corre a Leonida che con i trecento Spartani resiste alle Termopili, fino alla morte. Ora una recente, più che mediocre, produzione cinematografica lo ha trasformato in un ridicolo eroe da fumetti. Mi riferisco al film Trecento di Zack Snyder  del 2007, ispirato più che alla verità storica, al fumetto di Frank Miller, anni ‘90. A noi il sacrificio di Leonida ci parlava di amor di Patria e i Greci, un popolo oggi di soli 11 milioni,  nel corso della loro storia ci hanno mostrato come si ama la Patria e come si conserva la propria identità, sopravvivendo a 400 anni di dominio turco. La grecità è sopravvissuta nei monasteri ortodossi e nella resistenza di questo popolo che ha rifiutato l’assimilazione e la conversione, come invece è accaduto a tanti cristiani del medio oriente e dell’Africa del nord. In tempi recenti, nel 1973, ricordiamo tutti l’invasione turca della zona nord di Cipro, come i Greci non abbiano esitato a lasciare le proprie case e i propri beni e Famagosta, ridotta ora a una città fantasma. Proprio come i Greci che nel 1922 lasciarono Smirne e tutta l’Asia Minore, in seguito alla rivoluzione di Ataturk. Di tutto questo c’è traccia nel bellissimo album musicale di Georgios Dallaras, un cantante poco noto in Italia ma molto famoso in Grecia, che ha cantato questo esodo, molto simile a quello degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia.

           Ma c’è un altro valore, sacro per gli antichi Greci, e ancora oggi vivo nel DNA di questo popolo: l’ospitalità. Lo sa bene chi ha un amico in Grecia.

            Nell’Iliade ne troviamo un esempio concreto, quando Diomede e Glauco si affrontano in un duello che potrebbe essere mortale, che però sospendono quando Diomede si rende conto di avere di fronte il discendente di un antico ospite della sua famiglia.

            Il mito dell’Ellade si alimenta nelle scoperte archeologiche di Schliemann, tedesco, anche lui innamorato del mondo omerico. Figlio di un pastore protestante, aveva frequentato il ginnasio, ma aveva poi dovuto abbandonare gli studi per motivi economici e aveva fatto mestieri diversi. Determinante fu per lui l’incontro con un marinaio greco ubriaco, che, entrando nella bottega dove lui lavorava, recitò a memoria i versi dell’Iliade. Fu allora che si rafforzò in lui il sogno di riportare alla luce quella città perduta, per lungo tempo creduta leggendaria. Si diede ad una frenetica e fortunata attività commerciale che gli permise di mettere da parte un piccolo gruzzolo. Così,lasciato il lavoro a 40 anni, si recò nella Troade, in Asia Minore, e sulla base delle indicazioni contenute nel poema, riuscì ad identificare il sito dell’antica città, nella collina di Hissarlik, riportando alla luce i resti di 9 città sovrapposte. Credette anche di aver ritrovato il mitico tesoro di Priamo, ma si trattava del tesoro di un re vissuto in tempi ancora più remoti. Si recò poi nel Peloponneso, a Micene, dove ritrovò le tombe degli Atridi e le maschere d’oro ora custodite nel Museo archeologico di Atene.Significativo il fatto che morì a Napoli stroncato da un attacco cardiaco davanti al Museo Archeologico di quella città.

           Ma come si forma storicamente il mito dell’Ellade e soprattutto come giunge fino a noi.   Questo mito nasce già in epoca romana, con i primi contatti tra Roma, ancora agli esordi della sua storia, una Roma di mattoni e di legno, con le progredite città della Magna Grecia e in primo luogo con Cuma, la più vicina per contiguità di territorio. La città, fondata da coloni calcidesi provenienti dall’Eubea verso il 750 a. C., raggiunse un tale grado di prosperità che le permise di fondare poi la sub colonia di Neapolis.

           A questi primi contatti di Roma col mondo delle colonie greche del territorio campano   dobbiamo il nome che universalmente viene dato alla Grecia. I Cumani chiamavano Greci  solo gli abitanti di una zona limitata dell’Eubea e dell’antistante Beozia, nome che erroneamente i Romani attribuirono a tutti i Greci, trasmettendolo a noi.

I Romani ne riconoscono subito la superiorità culturale e artistica. Importano vasellame e altri oggetti di uso quotidiano, ma anche elementi  che riguardano la mitologia, la religione e addirittura i fondamenti del diritto, una materia in cui poi Roma divenne maestra. Le prime leggi scritte infatti, le leggi delle 12 tavole, erano ispirate alla legislazione vigente ad Atene e nelle colonie, dove fu inviata un’apposita commissione di 10 uomini a prenderne visione, i famosi decenviri legibus scribundis.

            Noto a tutti è poi il parallelismo fra l’Olimpo greco e quello romano. Cambiano i nomi, ma           le divinità e i loro attributi sono gli stessi. Zeus diventa Giove, Era è Giunone, Atena è Minerva, Artemide diventa Diana, Afrodite Venere, Ares Marte, Dioniso Bacco. Solo Apollo rimane tale.

            Quanto di tutto questo è passato nell’iconografia Rinascimentale! Pensiamo agli affreschi di Giulio Romano a Palazzo Te o al Ducale di Mantova.

            In seguito i Romani, che pure avevano dalla loro una potente organizzazione politica e militare, dopo aver conquistato la Grecia nel 146 a. C., ne saranno a loro volta conquistati. Ricordiamo a questo proposito la celebre frase contenuta in  un’epistola di Orazio “ Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit in Latium agrestem” “ La Grecia, dopo essere stata conquistata, conquistò il suo fiero vincitore ed introdusse le arti in un Lazio ancora selvaggio”. Così, per nobilitare le origini di Roma, Virgilio, il sommo poeta autore dell’Eneide, le collegò al mito di Enea in un’ ideale continuità con i poemi omerici.

            “La forza del bello” è stato il tema portante di una mostra tenutasi a Palazzo Te qualche anno fa, il concetto cioè che la Grecia, con la forza del bello, “conquista” tra virgolette un popolo militarmente superiore, che a sua volta darà il suo contributo al patrimonio culturale europeo. Un contributo fatto di principi giuridici e di grandiose opere pubbliche, i cui resti imponenti sono tuttora visibili non solo in tante città italiane ed europee, ma anche in medio oriente e in Africa.

            I Romani dunque, padroni del Mediterraneo e di gran parte dell’Europa occidentale, mandano i loro figli a studiare in Grecia presso retori e filosofi famosi e frotte di artisti e pedagoghi greci affluiscono a Roma, dove trovano opportunità di lavoro e inondano il mercato e le case degli aristocratici romani di affreschi ed opere d’arte, spesso copie di famosi originali, come testimoniano ampiamente i resti delle città di Ercolano e Pompei, sepolte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C..Molti affreschi di epoca romana si rifanno ai modelli della pittura greca, in particolare di Apelle , vissuto nel IV sec. a. C.,  il pittore di Alessandro Magno.

            Ecco un altro mito che ci arriva dalla storia greca: Alessandro. Leggendaria figura di condottiero, paragonabile solo a Giulio Cesare o a Napoleone, egli concepì il sogno di fondere l’Occidente greco con l’Oriente persiano, sogno che si infranse contro la resistenza degli stessi Macedoni. Al suo mito si ispira la bellissima poesia “ Alexandros” di Giovanni Pascoli, di cui quest’anno ricorre il centenario della morte.  Un Alessandro umanissimo, che, giunto ai confini estremi del mondo allora conosciuto, si rende conto che “il sogno è  l’infinita ombra del vero”.

            Roma dunque fa da cassa di risonanza alla cultura greca e contribuisce a crearne il mito. L’arte, la filosofia e la letteratura greca si diffondono in tutto il bacino del Mediterraneo e arrivano dove arriva Roma, anche grazie all’imponente rete viaria e ai centri urbani, sempre provvisti di teatro, terme e biblioteche, testimonianza questa di una civiltà attenta alla cura del corpo come a quella dello spirito, all’otium inteso come tempo per le attività dello spirito e  per la cura del corpo. Sono proprio i Romani, quindi i nostri progenitori, che si fanno portatori dell’immaginario greco e lo diffondono in tutta Europa, a differenza di altri popoli conquistatori che tendono a cancellare le culture dei Paesi conquistati.

           Si è formato così quell’immenso patrimonio culturale ed artistico che è alla base della civiltà occidentale e del nostro Rinascimento.

Anche il teatro nasce in Grecia con le grandi opere di Eschilo, Sofocle ed Euripide per la tragedia e Aristofane e Menandro per la commedia. Ricordiamo il valore catartico che il teatro assumeva presso i Greci nella trasmissione dei valori fondanti della civiltà antica. Pensiamo solo al conflitto interiore di Antigone, l’eroina di Sofocle, combattuta tra la fedeltà a valori etici, la pietà per il fratello ucciso, Polinice, e l’osservanza delle leggi della città. Un conflitto etico di estrema attualità.

            In Grecia nasce la medicina con Ippocrate. Valido ancora oggi  il giuramento che porta il suo nome e greco il lessico della medicina.

            Lì nascono le prime forme di democrazia e il termine stesso di democrazia. In Grecia nascono le Olimpiadi, durante le quali si sospendevano i conflitti fra le poleis e gli atleti, vincitori di tali gare, venivano quasi divinizzati. L’importanza che questi giochi panellenici assumevano è testimoniata dal fatto che la prima olimpiade, del 776 a. C,. divenne la base della datazione. Abolite nel IV sec.d.C, in concomitanza con l’avvento del Cristianesimo che abolì anche i giochi gladiatori, le Olimpiadi risorsero nel 1896 su iniziativa di Le Coubertain e sono giunte fino a noi.  Il tedoforo, che di nazione in nazione trasporta la fiaccola olimpica, è simbolo di progresso e di pace, perché tale è lo spirito olimpico.

            L’unico neo della civiltà greca fu la condizione femminile, molto più evoluta a Roma,  soprattutto in età imperiale,anche se dovremmo distinguere tra Atene e Sparta. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontani.

            Il mondo greco scompare temporaneamente nella catastrofe dell’Impero romano, soccombendo di fronte al Cristianesimo, un’ideologia totalizzante portatrice di altri valori, per taluni aspetti opposti, che al culto del corpo e della bellezza contrappose quello dello spirito. Nasce una civiltà diversa e sulle rovine degli antichi templi sorgono le cattedrali e le basiliche paleocristiane, ma la lingua greca sopravvive nella terminologia cristiana, la parola chiesa ad esempio deriva da ecclesia ( assemblea), prete dapresbùs ( anziano), ed è al paziente lavoro dei monaci che dobbiamo la sopravvivenza di parte del patrimonio letterario classico, che altrimenti sarebbe andato irrimediabilmente perduto. E tuttavia  è proprio all’integralismo cristiano delle origini che gli storici concordemente attribuiscono la distruzione della Biblioteca Alessandrina e la tragica morte di Ipazia, filosofa neoplatonica e astronoma, vissuta ad Alessandria d’Egitto al tempo del vescovo Cirillo e assurta a simbolo della libertà di pensiero,antesignana dell’emancipazione femminile, la cui figura è stata di recente ricordata nel film “Agorà” di Alejandro Amenabar..

            E, dopo i secoli bui, il mito dell’Ellade rinasce con Dante nel famoso canto di Ulisse che diviene il simbolo del desiderio di conoscenza “ fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” dice Ulisse ai suoi compagni per convincerli a superare le colonne d’Ercole nel ventiseiesimo canto dell’Inferno.

Il mito dell’Ellade riemerge poi in pieno con l’Umanesimo e il Rinascimento che segnano la riscoperta del mondo classico e alimentano la straordinaria fioritura artistica che ha dato origine al patrimonio culturale che ci appartiene e che tutto il mondo ci invidia, fino a giungere alle teorizzazioni del Winckelmann, che ritenne insuperabili i modelli dell’arte greca.

Oggi per la verità bellezza, armonia di forme e proporzioni non sembrano più canoni estetici validi e l’arte contemporanea percorre strade diverse proponendo altri modelli. Resta il fatto che a mio avviso l’opera d’arte, per essere tale, deve usare un linguaggio universale, parlare al cuore senza bisogno di spiegazioni, come i grandi capolavori dell’arte antica dinnanzi ai quali restiamo senza parole. Penso all’Acropoli di Atene, con i Propilei e il tempietto di Atena Nike, con il Partenone e l’Eretteo, con la Loggettadelle Cariatidi. Penso al tempio di Posidone a Capo Sunion o a Delfi, ai piedi del Parnaso, con i tre livelli: quello più basso del tempio di Apollo, dove l’oracolo parlava per bocca della Pizia e fungeva quasi da banca dati per le spedizioni militari e coloniarie, un po’ più in alto il teatro e lo stadio ancora più in alto, nella splendida cornice dei monti della Focide. Penso alle proporzioni perfette del Doriforo di Policleto, del Discobolo di Mirone, dell’Ermes di Prassitele o alla Venere di Milo. Penso ai meravigliosi siti archeologici delle colonie greche d’occidente, a quelli di Paestum, l’antica Posidonia, alla Valle dei Templi di Agrigento, a Selinunte e Segesta.

Purtroppo catastrofi naturali, incuria, distruzioni e spoliazioni umane hanno falcidiato un immenso patrimonio artistico di cui talora possiamo ammirare solo le vestigia. Esempio tra tutti, la colonna dorica del tempio di Era Lacinia a Crotone.

            Rinunciare alla cultura classica in nome di una malintesa idea di modernità?Dovremmo rinunciare alle nostre radici. L’uomo del resto ha bisogno di ideali, di poesia, di bellezza, per cui mi sento di dire con Valerio Manfredi che “a un certo punto della storia fummo Greci e forse lo siamo ancora”.

            L’amicizia tra Italia e Grecia nasce appunto da questa affinità culturale e di sentire. Nella storia gli esempi di fratellanza sono innumerevoli e si ebbero in particolare nel Risorgimento, quando i Greci lottavano per l’indipendenza dai Turchi e il nostro Santorre di Santarosa, protagonista dei moti carbonari di Torino, andò a combattere come volontario a fianco dei Greci , morendo a Sfakteria, una piccola isola nel golfo di Navarino. Un ruolo importante in questa lotta ebbe, per i greci, la Chiesa Ortodossa, che fu sempre simbolo di identità, anche nazionale, a differenza in questo della Chiesa Cattolica che per secoli di fatto fu un ostacolo alla nostra unificazione, proprio per la presenza dello Stato Pontificio. I Greci raggiunsero l’indipendenza nel 1830, trent’anni prima di noi, anche grazie al sacrificio di tanti europei innamorati del mondo classico, come il poeta inglese Byron.

            Pochi sanno però che la prima capitale fu Nayplion, nell’Argolide, poco lontano dai resti delle città micenee.

            In tempi recenti tutti noi abbiamo seguito le vicende della dittatura di Papadopulos, dell’attentato di Alekos Panagulis e abbiamo seguito la vicenda sentimentale di quest’ultimo con la nostra scrittrice Oriana Fallaci, storia narrata in “Un uomo”. Era il tempo delle indimenticabili canzoni di Mikis Teodorakis, tradotte anche in italiano emagari cantate da Iva Zanicchi o da Albano. Era il tempo dei ragazzi del Pireo e della danza di Zorba.

            Ecco un altro aspetto della cultura greca che ci affascina. Per i Greci musica e danza sono tuttora elementi della propria identità e sono infatti materia di studio nelle scuole. Noi forse conosciamo solo la più famosa, il Sirtaki, ma ne esistono altre, altrettanto coinvolgenti, come il Kasapiko, il Sebekiko o il Tzifteteli, accompagnate dalle note del busuki, uno strumento mediterraneo simile al nostro mandolino.

            Oggi la Grecia ci attrae con le sue bellezze naturali, miriadi di isole disseminate nell’Egeo e nello Ionio, spiagge incontaminate, mare cristallino color cobalto e cielo sempre azzurro, accogliendo migliaia di visitatori e turisti, soprattutto italiani, con la sua tradizionale ospitalità. I Greci amano l’Italia quanto noi amiamo la Grecia. “ Italianie Greci, una faccia una razza” dicono in italiano appena ci riconoscono.

            Nessun rancore nei nostri confronti per avere l’Italia invaso la Grecia nel ’40.

            Quanti morti da una parte e dall’altra in una guerra assurda tra due popoli amici!

            Nei greci, soprattutto tra i più anziani, è vivo invece il ricordo di quei soldati italiani che avevano familiarizzato con loro e, spesso più poveri di loro, avevano condiviso le scarse razioni alimentari, una pagnotta o un piatto di spaghetti. Vivo soprattutto il ricordo della tragedia della Divisione Acqui a Cefalonia. A questa vicenda si è ispirato il bellissimo film con Nicolas Cage “ Il Mandolino del Capitano Corelli” . Gli unici italiani sopravvissuti furono quelli che trovarono rifugio nelle case dei greci che li nascosero a rischio della vita.

            Come non concludere queste mie note se non con il riferimento al forte legame di Sirmione con la Grecia. La cittadina benacense infatti, negli anni cinquanta, ha ospitato la più bella voce femminile della lirica, quella di Maria Callas, che vi ha trascorso alcuni dei suoi anni migliori, trovando accoglienza e simpatia tra la nostra gente.

Maria D’Arconte

One Comment

  1. Sono impressionato dalla qualita’ delle informazioni su questo sito. Ci sono un sacco di buone risorse qui. Sono sicuro che visitero’ di nuovo il vostro blog molto presto.

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