Josip Osti: l’albero che cammina

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Durante gli incontri internazionali di poesia di Sarajevo svoltisi nel settembre 2011 ho avuto il pacere di conoscere questo grande poeta che dice di vivere d’amore e di ciò che scrive e traduce. Per comprendere Osti dobbiamo pensare alla Sarajevo degli anni settanta e ottanta, importante centro culturale della Jugoslavia, quella delle Olimpiadi invernali, centro della musica rock jugoslavia, quella di Kusturica premiato a Venezia e a Cannes, la città delle Giornate di poesia di Sarajevo, di cui Josip è stato tra i curatori. L’albero che cammina contiene le poesie del periodo sloveno. Durante la guerra in Bosnia e l’assedio di Sarajevo, Osti si rifugia infatti a Lublijana. Queste poesie sono certamente tra le più mature, di una liricità che ha ispirato composizioni amorose sublimi. Tuttavia, nei suoi versi, non si può non trovare la tristezza di chi ha visto il proprio paese morire durante una guerra.

(a cura di Andrea Garbin)

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Mia madre che lucidava di continuo le posate

Mia madre che lucidava di continuo le posate, adesso
sola in mezzo a Sarajevo, malgrado che in una città
senz’acqua, cibo ed elettricità i cucchiai, le forchette e
i coltelli e tante altre cose abbiano perso il significato di
una volta, continua a farlo. Scopa le schegge delle finestre
in frantumi e la polvere dalle pareti sgretolate dagli shrapnel,
si mette in grembo il nostro gatto siamese, vecchissimo
ormai, e lustra le posate. Le lucida fino a quando il loro
splendore non l’acceca, assopendola anche, stanca morta
delle lunghe veglie passate. Ridestandosi, a uno sparo
reale o sognato, intravede nel cucchiaio lucente il suo viso
sfigurato, esausto e troppo presto invecchiato. Un viso
che per giorni metteva insieme, quando in ginocchio sul
pavimento come in chiesa raccoglieva i frammenti dello
specchio rotto. E continua a lustrare le posate. Le posate
che nella guerra precedente lucidava allo stesso modo sua
madre, convinta che verrà il giorno in cui nello specchio
del metallo scorgerà le facce sorridenti dei famigliari, riuniti
tutti fino all’ultimo come il giorno del suo matrimonio.

L’amore mi ha fatto poeta

L’amore mi ha fatto poeta…
L’amore che con una velenosa freccia
d’oro nella prima gioventù mi ha trafitto
il cuore aprendo una inguaribile ferita,
in cui cresce un cristallo nero dagli orli
aguzzi. Un cristallo, bello e doloroso,
che brilla al bivio dell’anima e del corpo.
E mi indica la strada, per la quale ritorno
di continuo là, da dove veramente non sono
mai partito. Nella città natìa e nel tempo
dell’infanzia. Nella preistoria dei miei amori…
L’amore mi ha reso poeta…
L’amore che mi ha dato la forza di non dormire
una notte dopo l’altra, bensì di scrivere nel
diario dell’insonnia migliaia di poesie tristi sulla
vita e, spero, almeno una poesia allegra
sulla morte.

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