Intervento dell’ass. Tira a motivazione della proposta di revoca e annullamento del PGT di Desenzano approvato lo scorso 1 maggio.

Il lungolago Cesare Battisti: un approvato Piano Integrato d'Intevento prevede una nuova passeggiata a lago di 8.600 mq

Il fenomeno urbano evidenzia grandi e rapide trasformazioni che rendono l’immagine della città contemporanea difficile da catturare, variegata, ambivalente, talvolta drammaticamente contrastante. Queste trasformazioni toccano ampie sfere della società: dai cittadini, ai più poveri, alle imprese, ai professionisti, ai bambini, agli anziani, al mercato immobiliare, all’indotto del settore delle costruzioni …

Viviamo da un lato una stanca fase di ripensamenti, incertezze interpretative, mancanza di fiducia nel piano, sfide ambientali non risolte; dall’altro una rinnovata domanda di programmazione, di soluzioni per far fronte alla riduzione delle risorse disponibili per la finanza locale, per provvedere alle nuove domande poste dalle trasformazioni della società e dalle popolazioni insediate in Italia.

L’azione di redazione di un piano richiede una condivisione della volontà stessa di pianificare, ovvero di prefigurare uno scenario futuro possibile per una comunità insediata in un territorio.

Ma definire “uno scenario” richiede competenze in merito ai possibili assetti: è il compito del tecnico.

Definire “un futuro possibile” richiede una certa dose di fiducia nella possibilità stessa che un futuro esisterà: è un compito diffuso a tutta la società e delegato alla classe politica di turno.

Dare al piano una “possibilità” significa costruire la condivisione della popolazione insediata sullo scenario dello spazio fisico e sulle conseguenze, ambientali, sociali ed economiche.

L’agire urbanistico è uno dei compiti più impegnativi di una comunità, perché si deve svolgere nel rispetto dei diritti privati e nella ricerca del bene comune; nel comprendere le esigenze della società e nel cercare di tradurle nella costruzione della città dell’uomo.

Camillo Sitte, il realizzatore della Vienna moderna, scriveva che l’urbanistica è “l’arte di costruire le città”, una concezione molto più alta di quella di un mero strumento mercantile, giuridicamente sempre e comunque opinabile, come si è sentito risuonare in anni recenti in questa aula.

Più modestamente con la proposta di delibera questa sera, ci proponiamo quali artigiani (perché artisti sarebbe troppo ambizioso) della città di Desenzano dei prossimi anni.

Per questo ci accingiamo ad intraprendere un percorso non facile, che ha come obiettivo finale non tanto la cancellazione di un atto, ma l’approvazione di un Piano per la Desenzano dei prossimi cinque anni.

La delibera che viene proposta stasera al Consiglio comunale NON è un provvedimento CONTRO qualcuno, ma un provvedimento a favore di molti, spereremmo di tutti.

Come dirò fra poco con termini più tecnico-giuridici, cercheremo di costruire un piano salvando ciò che è condivisibile del lavoro già svolto ed eliminando ciò che insieme riterremo superato o sbagliato.

Cercheremo comunque sempre ciò che ci unisce, rispetto a ciò che ci divide …

Anticipo già che salveremo l’impianto di indagine costruito per il PGT, dato che confidiamo che la conoscenza del territorio non abbia colore e quindi su quella ci baseremo per le scelte future.

Il percorso che intraprendiamo stasera dovrà essere breve. La nefasta scadenza posta dalla legge urbanistica regionale (L.R. 12/05), legge che già ha portato tante inutili previsioni di nuovi ambiti di trasformazione in Lombardia, impone di approvare il PGT entro il 31 dicembre 2012.

Ciò da un lato forzerà tutti noi ad un lavoro serrato, concentrerà gli incontri di partecipazione in pochi mesi, restituirà un prodotto che risentirà parzialmente delle scelte fatte in fase di adozione, ma per contro consentirà al Sindaco di Desenzano di governare con uno strumento proprio, il famoso “piano del Sindaco”, intento lodevole della L.R. 12/05.

Questa sera il Consiglio non è chiamato a decidere quali saranno le modifiche che il PGT subirà nel nuovo processo di approvazione, dopo una nuova fase di consultazione della cittadinanza e dopo una nuova controdeduzione delle osservazioni già presentate. Ma non possiamo nascondere che la decisione che ci proponiamo di assumere stasera è preludio ad un cambiamento rispetto al PGT approvato il primo maggio 2012.

PERCHE’ PROPONIAMO DI REVOCARE IL PGT APPROVATO

1. Perché le condizioni del mercato lo impongono.

Dalla lettura dei Piani di governo del territorio di 295 comuni lombardi che al 30 settembre 2010 erano dotati di un PGT definitivamente approvato, analisi condotta dall’Osservatorio Permanente della Programmazione Territoriale di Regione Lombardia, sette non prevedono in assoluto trasformazioni e dunque consumo di suolo, ma la maggior parte dei comuni analizzati prevede di trasformare il proprio territorio prevalentemente espandendo l’area urbana su suoli liberi, piuttosto che riutilizzando aree già antropizzate. Complessivamente il 74% delle trasformazioni considerate sono espansioni e il 26% riutilizzo di suolo.

In Lombardia, nel 2010 il 14% del territorio (incluse le reti stradali e infrastrutturali) è urbanizzato, oltre il 20% in provincia di Brescia. Ma se tutte le previsioni dei PGT, indotte anche dalla scadenza imposta dalla legge, si attuassero, la superficie urbanizzata della Regione potrebbe crescere del 10%, secondo le stime più modeste.

Il fenomeno che oggi più preoccupa e sul quale pare più difficile intervenire non è quello che coinvolge le grandi aree urbane, ma i centri minori.

In un certo senso, il fenomeno più preoccupante è la perdita di distinzione tra città e campagna, l’invasione delle aree agricole da parte di insediamenti spesso sovrastimati e motivati da esigenze finanziarie e non insediative o produttive.

Partendo dall’equilibrio economico, è ormai chiaro che se le trasformazioni urbane dovessero “pagare” i reali costi di infrastrutturazione, la manutenzione delle reti nel tempo, la monetizzazione di alcuni impatti ambientali, il contributo di costruzione dovrebbe essere elevato oltre il limite di sostenibilità economica delle trasformazioni stesse.

Per chi inoltre che deve sopportare altri oneri economici, come le imprese, ciò non è sostenibile.

Allora possiamo solo puntare sul recupero, che – incentivato anche dall’azione politica – potrà almeno depennare dal conto economico i costi delle reti ove esistenti, accollandosene la sola manutenzione.

Se ciò non sarà fatto, tutti i cittadini, anche coloro i quali non avranno avuto nessun beneficio da operazioni edilizie, dovranno pagare tariffe sempre più elevate per gestire i servizi tecnologici urbani.

2. Perché le esigenze ambientali lo impongono.

Per lungo tempo sviluppo urbano è stato sinonimo di ampliamento delle aree urbanizzate. Lo sviluppo è stato comunemente associato alla crescita fisica, nelle diverse forme da essa assunte.

Se oggi si intravede una qualche possibilità di rilancio del senso dell’agire urbanistico, intendendo con questa espressione anche le mediazioni, le interazioni, i discorsi, la partecipazione; se si intravede ancora oggi un’utilità del Piano generale, essa risiede in buona parte nella necessità di affrontare le sfide ambientali e le esigenze di tutela.

Il limite imposto all’agire umano per l’uso delle risorse naturali era emerso già nel passato, quando analizzando sistemi chiusi si poteva immediatamente scorgere il confine, verificare il limite.

Ancora in tempi recenti per evidenziare i limiti dello sviluppo si è ricorso alla metafora della navicella spaziale …

Svincolando però l’individuo da un contesto ristretto, con l’economia neoclassica si introduce l’idea della possibilità dello sviluppo “infinito”.

Tutt’al più vale il richiamo ad un uso efficiente delle risorse, ma la fede nella tecnologia e nella possibilità di un equilibrio economico, fondano l’idea della crescita indefinita, semmai orientata dalla internalizzazione dei costi dei beni comuni.

Si tende ad assegnare un valore assoluto alle leggi che governano l’economia, come alle scienze esatte, dimenticando che queste ultime si fondano sulla “scoperta” ammirata della struttura della natura e delle sue relazioni, mentre le leggi economiche si fondano sulla schematizzazione di comportamenti umani e la tecnologia sulla derivazione dalle scienze naturali di prodotti e processi.

Jonas, sottolinea addirittura come la sopravvivenza dell’umanità dipenda dalla capacità dell’uomo di prendersi cura non solo di se stesso, ma anche della natura e della Terra. E gli economisti ecologisti, il cui pensiero è ben sintetizzato dalla battuta di Boulding, economista pure lui: “Chiunque crede che la crescita esponenziale possa continuare indefinitamente in un mondo finito o è un pazzo o è un economista” (Boulding, 1966).

In urbanistica la pretesa onniscenza tecnica entra in crisi e non resta – nelle società democratiche – che il ruolo del consenso politico sui giudizi di valore. Per noi un valore irrinunciabile è il bene comune, che NON coincide con la somma degli interessi privati.

In questa prospettiva il suolo è una risorsa comune nel mercato, un bene ambientale (come affermato dalla L.R. 25/2011).

3. Perché le esigenze di equità sociale lo impongono.

La praticabilità di tali obiettivi dipende dalla possibilità di controllo della rendita urbana, dal ripensamento della finanziarizzazione del processo di trasformazione dei suoli, dal sostegno ai processi di riqualificazione.

In generale tuttavia si deve superare la dicotomia “mercato-governance”.

Non per sminuire l’indispensabile ruolo pubblico nella definizione e nel perseguimento di obiettivi comuni e del bene comune, ma perché lo stesso sistema democratico implica che i valori comuni e le scelte siano condivise, pena il prevalere del più forte.

Serve un piano che non rinunci a definire delle invarianti, dei temi qui ed ora assoluti (ambientali, paesaggistici, economici, sociali), e che in quella cornice controlli e mitighi le disfunzioni degli interventi privati.

Mentre i diritti di proprietà sono generalmente definiti a livello nazionale, e non sono quindi sito specifici, le regole che orientano il mercato dei suoli sono definite dai piani urbanistici. Il tema oggi cruciale riguarda il come siano riconosciuti ai proprietari i diritti sui suoli e la natura di tali diritti, in particolare con riferimento alle destinazioni consentite.

I diritti di proprietà di riferiscono ad una pluralità di servizi, che sono garantiti dal pubblico: da un lato ci sono i diritti legali, dall’altro quelli economici, connessi all’uso e al commercio dei terreni.

4. Perché il principio di sussidiarietà lo impone.

Le scelte devono essere fatte il più vicino possibile a dove generano i loro effetti: per questo il PGT viene approvato dal Comune e questo è un principio importante della Legge urbanistica regionale.

Questo si traduce nella volontà di determinare localmente la destinazione dei suoli, di partecipare anche al processo decisionale relativo ad infrastrutture di livello sovranazionale, senza tuttavia perdere di vista il bene comune.

Una sussidiarietà non sganciata dalla responsabilità e radicata – per fare l’esempio del tracciato della TAV – in una seria valutazione delle implicazioni che i sistemi di trasporto hanno sullo sviluppo economico.

PERCHE’ PROPONIAMO DI ANNULLARE IL PGT APPROVATO

1. Perché non era urgente approvarlo a comizi elettorali convocati.

Un’amministrazione che dura in carica 5 anni non può considerare urgente un’azione che ha ritardato per anni e che ha risolto a 5 giorni dalla scadenza del suo mandato.

Inoltre, la scadenza imposta dalla legge dei 150 + 60 giorni per l’approvazione finale dopo l’adozione, da una parte della giurisprudenza è considerata termine ordinatorio e non perentorio.

In ogni caso, il dibattito su uno strumento di tale portata non può affrontarsi in un clima conflittuale quale è quello della competizione elettorale.

2. Perché la convocazione del consiglio è avvenuta in maniera rocambolesca e a giudizio – condiviso – dei consiglieri di minoranza di allora, illegale.

3. Perché i pareri vincolanti della Regione Lombardia, sulle scelte di Piano e rispetto all’impatto paesistico, NON sono stati compiutamente ed esaustivamente contro dedotti.

Se lo fossero stati, molti altri ambiti di trasformazione sarebbe dovuti decadere.

COSA FAREMO POI – A BREVE

Ci muoveremo secondo le cinque parole chiave affermate nell’assemblea annuale dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE):

- stop al consumo del suolo,

- riqualificazione edilizia,

- efficienza energetica,

- housing sociale,

- rilancio del trasporto pubblico locale.

COME LO FAREMO

- Con l’ausilio della consulta urbanistica

- Con l’ascolto

- Con la valorizzazione delle risorse dell’Amministrazione comunale

- Con l’ausilio di giovani stagisti ad integrare un gruppo di lavoro interno.

In conclusione, la Germania – cui molti oggi guardano – ha adottato una strategia basata su un target numerico per il consumo di suolo: 30ha/giorno entro il 2020 e crescita zero entro il 2050.

Se si rapporta la superficie tedesca a quella di Desenzano, il target tedesco si traduce in 75,63 mq/g entro il 2020. Ciò corrisponde a circa 110.000 mq in quattro anni (ovvero 2013-2016).

È grossomodo la superficie che resta da urbanizzare del PRG approvato nel 2006!

Maurizio Tira, Assessore a Urbanistica e mobilità, 28 luglio 2012 (ore 00.30)

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