Vincenzo Gonzaga nel quarto centenario della morte

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Vincenzo Gonzaga (1562-1612), IV duca di Mantova e II del Monferrato, portò il suo ducato al vertice della parabola artistica e culturale in un’epoca in cui in Italia dallo splendore rinascimentale si passava ormai lentamente, ma inevitabilmente alla decadenza. Fu protettore e mecenate di letterati e artisti (Monteverdi, Tasso, Rubens) e grande collezionista di opere di Raffaello, Correggio, Andrea del Sarto ecc. Personalità poliedrica e sfaccettata, fu amato dal popolo, che sempre gli perdonò gli eccessi e le debolezze, sia nel periodo della giovinezza ribalda e libertina, sia al tempo delle licenze e delle compiacenze dell’età adulta.

In un’Italia tutta sottomessa all’influsso spagnolo, guardavano a Mantova sia gli staterelli vicini (Parma, Ferrara, Firenze) sia le potenze europee: la Spagna, perché temeva il riunirsi e il rafforzarsi dei principi italiani; la Francia, perché faceva ogni sforzo per averne alleato qualcuno.

In questo gioco politico rientrano i due matrimoni di Vincenzo: il primo (1581) con la quattordicenne Margherita Farnese, sfortunatissimo e dai risvolti drammatici, fu sciolto, dopo un anno, con sentenza di san Carlo Borromeo, per inattitudine della sposa (imene corneo); il secondo (1584) con Eleonora de’ Medici fu preceduto da una incresciosa vicenda che fu definita il più grande scandalo del Cinquecento. Infatti le dicerie e i pettegolezzi sorti attorno allo scioglimento del primo matrimonio avevano indotto il padre della sposa, granduca di Toscana, a pretendere che Vincenzo desse “prova” di virilità. Fu scelta Venezia, la città di tutti gli intrighi d’amore, come luogo del cimento. La vittima sacrificale era una giovane belloccia a cui era stata promessa una ricca dote. Dopo il primo tentativo fallito, Vincenzo si rifece al secondo assalto, guadagnandosi sul campo la vittoria.

Nel matrimonio Vincenzo si comportò come un focoso amante e naturalmente dopo qualche tempo la fiamma si intiepidì. Le avventure amorose non gli mancarono di certo e tra i molti luoghi d’incontro nutrì una evidente predilezione per il lago di Garda. Nel settembre del 1590 lo troviamo a Maderno con Barbara Sanseverino, in un elegante padiglioncino sul lago. Barbara aveva portato con sé da Parma tre bellissime giovani. Le giornate trascorrevano “in concerti e conversazioni amorose fra ghirlande e conviti”, in una galante allegrezza di vendemmia settembrina.

A Maderno Vincenzo si fece costruire una villa “per i suoi molti piaceri” e qui lo troviamo spesso negli ultimi anni di vita, da quando la moglie Eleonora si preoccupò seriamente della sua salute e scelse come cura la “tonica malinconia del Garda nella villa gremita di limoni, d’aranci e di rose”. Da Maderno Vincenzo mandò al granduca di Toscana alcuni carpioni e una grande trota, ricevendone in cambio un Crocifisso del Giambologna.

E a Desenzano? Con certezza sappiamo che fu di passaggio il 29 luglio 1597, quando, in risposta all’appello di papa Clemente VIII, portò armi e soldati all’imperatore Rodolfo II, minacciato da vicino ormai dai Turchi, che l’anno prima avevano conquistato l’Ungheria. In sintesi si può dire che, in un tempo in cui la chiarezza dell’Umanesimo era ormai finita e la piena maturità del Rinascimento era chiusa, Vincenzo I Gonzaga rappresentò effettivamente le inquietudini, le malinconie, i fantastici lampeggiamenti che annunciavano la sensibilità barocca del Seicento. Perciò Vincenzo merita di essere ricordato nel quarto centenario della morte.

Edoardo Campostrini

(le citazioni, e non solo, sono tratte dal famoso libro di Maria Bellonci su “I segreti dei Gonzaga”)

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