Giuseppe Bongiorno e la sua Libertà

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Ho il piacere e l’onore di intervistare il Professor Giuseppe Bongiorno (Lecce, 1949) nella sua bella casa desenzanese, e dal nostro colloquio, di un’abbondante mezz’ora, sono emersi interessanti spunti e conclusioni, di cui debbo riportare una sintesi, che spero sufficientemente efficace.


Professor Bongiorno, la prima domanda che le pongo, istintivamente, è la seguente: qual è il suo approccio fondamentale all’arte? C’è quindi un tratto caratteristico, specifico con cui lei si identifica?


Il tratto caratteristico specifico, in cui mi riconosco, è senza dubbio quel filone ,abbastanza ampio, dell’arte contemporanea che si rivolge al sociale, quindi il 90% dei miei lavori si lega a tematiche come le morti bianche sui cantieri, il caso Eluana Englaro, ma anche alla salvaguardia dell’ambiente, al Tibet e all’esigenza di libertà, o al culto della donna-oggetto; per quanto riguarda l’approccio all’arte in senso formale, poi, la mia ricerca rimane nell’ambito del figurativo, per riferire nel modo più percepibile il riferimento alle varie tematiche, però cercando un rapporto tra la forma stessa e lo spazio, per cui i miei lavori sono forme aperte che si pongono liberamente sullo spazio e con cui spesso si rapportano, quindi a seconda della superficie su cui una mia opera è collocata, può cambiare anche il tipo di sensazione evocata dall’opera stessa; per quanto riguarda i colori, sono quasi sempre primari e abbastanza puri, a meno che non siano il risultato di uno studio tecnico formale più accurato.


Per quanto riguarda invece i materiali utilizzati nei suoi lavori?

Negli ultimi anni ho abbandonato i supporti tradizionali quali tela e carta, ed ho scelto per esempio i fogli di plastica che vado poi a ritagliare per produrre le forme prescelte per giocare anche con il rapporto tra pieno e vuoto – il vuoto ha una grande importanza nei miei lavori – che per esempio non potrei avere con un bianco e un nero; in un certo senso il mio percorso potrebbe riferirsi anche all’arte povera, nel caso di assemblaggi di materiali cosiddetti di scarto, spesso per un discorso di tipo ecologico, sia per una funzione sociale-civile di riutilizzo dell’oggetto buttato semplicemente via;
un altro sviluppo del mio percorso fa riferimento ai menhir, che mi permettono di approcciarmi anche alla terza dimensione dello spazio liberandomi dal “limite” del muro; menhir quindi, di plexiglass , cartone, pietra leccese (es. il Menhir monumentale per Sirmione detto “dell’Amicizia e della Pace” n.d.r.).

Dai suoi lavori e dalle sue parole, emerge una grande attenzione per la libertà a vari livelli. Che cos’è per lei la libertà? Come lei la intende e definisce?

La libertà è l’assoluta possibilità dell’essere umano di potersi esprimere, con un limite, quello – esprimendosi – di non soffocare la libertà degli altri, quindi di non precludere la possibilità di esprimersi a nessuno. E il mio discorso può partire dall’arte ed estendersi per esempio al rapporto tra l’uomo e la natura, od alla politica e alla necessità di libertà per i popoli oppressi nel mondo (i già citati tibetani, ma anche kurdi, iraniani, palestinesi, siriani.. ).


Mi lascia una riflessione sulla “nostra” generazione?

Ma, io la vedo benissimo! Sono cresciuto in un’epoca in cui si credeva, per il futuro, in una società migliore, eppure le nostre generazioni hanno degradato l’ambiente, e ci sono ancora malaffare e violenza, tuttavia quello che dobbiamo fare con forza è dare fiducia alle nuove generazioni, anche sensibilizzandole su certe tematiche per cui io stesso magari mi batto, ma assolutamente bisogna spingere le nuove generazioni, con fiducia.

di Elia De Molli

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