La questione lago d’Idro

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Riceviamo e pubblichiamo la lunga lettera firmata da Gianluigi Pellizzari (del gruppo di minoranza ‘Bagolino e Ponte Caffaro insieme’) sull’annosa questione relativa al lago d’Idro e al contestato Accordo di Programma su cui ancora infuria la battaglia portata avanti dai Comitati di zona.

Lo sfruttamento della risorsa lago d’Idro è diventata “oggettivamente” materia complicata, perché parte da lontano portandosi dietro diritti e privilegi finora concessi ai più forti ma anche sottratti ai più deboli, perché il suo valore economico “complessivo” è di difficile quantificazione, perché trova meno numerosi i più deboli, perché è prevista una spesa di denaro pubblico (a oggi) di oltre cinquanta milioni di euro, perché riguarda un ambiente lacustre di grande varietà biologica da tutelare, ma soprattutto perché demagogia e propaganda sembrano le maggiori preoccupazioni di troppi amministratori locali e regionali che hanno fatto tanto per renderla ancora più oscura per usarla per la propria visibilità.

Il bacino del fiume Chiese è una ricchissima risorsa idrica energetica e irrigua per le utenze che ne sfruttano le potenzialità fin da tempi remoti. L’utilizzo delle sue risorse idriche ha origini molto lontane; risale infatti al XIII secolo l’opera di presa a Gavardo che convoglia circa metà della portata del Chiese nel Naviglio Grande Bresciano, e di poco successive sono poi la Roggia Lonata, la Roggia Montichiara e la Roggia Calcinata, che si spartiscono la restante portata del fiume permettendo lo sviluppo dell’agricoltura nei territori bresciani e dell’alto mantovano in sponda sinistra del Chiese.

Le crescenti domande irrigue dell’agricoltura assieme ai bisogni energetici della nascente industria bresciana, generarono fin dalla fine del secolo XIX il fiorire di proposte e progetti per ridurre a serbatoio il lago d’Idro, regolamentando le acque del Chiese in modo da poterne trarre il miglior uso possibile. Nacque così, nei primi anni del ‘900 l’utenza degli “agricoltori” e di seguito l’utenza detta degli “industriali”.  Con il R.D. 22 settembre 1932 si portò la capacità del serbatoio Lago d’Idro a 75 milioni di m³ permettendone una regolazione dei livelli tra la quota minima di 363 m s.l.m. e quella massima di 370 m s.l.m.

Nel 1958 entrarono in funzione i due serbatoi dell’Alto Chiese, denominati Lago Bissina e Lago Boazzo, con un aumento del volume invasato utile di circa 60 milioni di mc: fu approvato allora un nuovo regolamento d’esercizio del lago d’Idro (D.M. 30 giugno 1958 n. 2051), che si coordinava con quello degli impianti dell’Alto Chiese.  All’inizio del secolo scorso, in ogni angolo dell’arco alpino, dove le condizioni idrogeologiche risultavano appena appena favorevoli, concessionari ricchi, influenti, competenti e organizzati, hanno potuto fare quello che volevano con amministrazioni pubbliche deboli, ignoranti, succubi e talora corrotte. Dalla Liguria al Friuli, fu una vera e propria colonizzazione.  Ai tempi servì sicuramente ad arricchire i più intraprendenti, ma come detto, e va sottolineato, queste risorse contribuirono allora al finanziamento della nascente industria dello Stato italiano, risorse che in parte tornarono nel dopoguerra, attraverso l’offerta di lavoro delle nuove fabbriche, anche la dove erano state sottratte.

Col nuovo millennio la situazione è completamente cambiata. L’energia per l’industria viene principalmente da altre fonti; la produzione idroelettrica, quella di recente installazione, è sostenuta dalla contribuzione pubblica, quindi assistita perciò poco produttiva; il lavoro del dopoguerra è migrato a oriente. Per contro, sul posto è rimasto e rimarrà sicuramente quello che potrà essere sviluppato dalla capacità di accoglienza del luogo. Anche l’uso dell’acqua per l’agricoltura non può continuare a permettersi il lusso dello spreco e deve trovare soluzioni più razionali di accumulo e distribuzione.  Le vicende degli ultimi decenni hanno registrato un’accresciuta sensibilità verso i problemi connessi con il recupero e la valorizzazione delle caratteristiche naturali e ambientali del Lago e del fiume Chiese, anche in relazione alla fruizione turistica dell’ambiente lacustre. Sulla spinta dei comitati di cittadini, mossi pure da una maggior consapevolezza per salvaguardare l’uso dell’acqua del Lago, si sono registrati importanti progressi.

In quest’ottica il programma predisposto dall’Autorità di Bacino del fiume Po ha contribuito nel portare certezza nella riduzione dell’escursione di livello da 7 m a 3,25 m e nel rilascio dal lago di una portata in grado di garantire un deflusso minimo vitale di 2,2 m³/s nell’alveo del Chiese.  La sperimentazione, condotta tra il 1996 e il 2000, ha fornito elementi validi per l’approvazione di un nuovo regolamento che conferma sostanzialmente i rilasci in alveo per il deflusso minimo vitale e le escursioni del lago ipotizzate.  Le insaziabili pretese degli “utenti di valle”, per gli usi agricoli e idroelettrici, sembravano potersi soddisfare senza “svuotare” il lago a ogni stagione. La sperimentazione doveva valutare la disponibilità di volumi d’acqua a valle che comportassero variazioni stagionali di livello inferiore al metro, tipiche di tutti i laghi alpini italiani. In questi anni il clima di collaborazione sembrava portare diritti alla soluzione che poteva essere accolta soprattutto dal Lago. Tuttavia, quello che sembrava un percorso comune e che vedeva unite le popolazioni locali e le loro Amministrazioni, si arresta quasi bruscamente nel 2008 dopo il contestatissimo “Accordo di Programma”.

Dopo essere stati alla testa dei comitati cittadini per la difesa del lago d’Idro, nell’agosto del 2008 i sindaci delle quattro amministrazioni comunali lacustri, Bagolino, Anfo, Idro, Lavenone, firmano all’insaputa dei cittadini lacustri e senza il loro consenso, un accordo con la Regione Lombardia; accordo che prevede, tra l’altro, la realizzazione di opere per una (insopportabile) escursione di livelli di metri 3,25 e una (insopportabile) quota di livello di massimo invaso a metri 368 (s.l.m.).  A questo proposito è da sottolineare che alla quota di 368 m le campagne a lago a Ponte Caffaro diventano paludose e i fossi rimangono pieni d’acqua per centinaia di metri verso l’abitato. E’ da ricordare inoltre che, nella piana adiacente, è ancora oggi presente la zanzara anopheles, e che la malaria, malattia che per tutto l’ottocento ha mietuto vittime tra i (pochi) abitanti presenti in zona, è stata sconfitta quando il livello del lago è stato portato a valori più bassi e si sono prosciugate le zone paludose.

Con le elezioni amministrative del giugno 2009, viene evidenziata la contrarietà della popolazione lacustre al famigerato accordo di programma: infatti, le amministrazioni uscenti dei comuni di Anfo e Idro, perdono la loro maggioranza e vengono sostituite dalla minoranza che contestava loro proprio quell’accordo. Non succede altrettanto per i comuni di Bagolino e di Lavenone. Non è però complicato capire il perché dell’accaduto: mentre Anfo e Idro sono adagiati sulle acque del lago, i centri abitati di Bagolino e Lavenone si trovano a chilometri di distanza.

Nel giugno del 2009, i nuovi sindaci di Idro e Anfo, ricusano l’accordo dei loro predecessori schierandosi nuovamente dalla parte dei loro cittadini lacustri. La coerenza con ragioni del consenso avuto non poteva che portare a questa conseguenza. Purtroppo però è venuta a crearsi la situazione di debolezza nelle energie e ragioni locali, auspicata da ogni stratega che vuol vincere: la divisione della propria controparte.  Senza riprenderne il dettaglio, è d’obbligo constatare che comunque la si guardi, questa divaricazione ha rappresentato e rappresenta uno schiaffo pesante per gli interessi delle popolazioni locali.  Rileggendo ora il percorso fatto e la rappresentatività ottenuta dalle Amministrazioni locali quando sostenute dalla cittadinanza hanno avuto un unico intento, (sperimentazioni per la gestione, studi per la sicurezza idrogeologica, sulla idrologia del bacino, sulla qualità delle acque, per il paesaggio, ecc.) e, per contro, la caduta libera nel precipizio della contrapposizione delle reciproche accuse di “tradimento”, bisogna ammettere che la rottura è stata una autentica sciagura spostando attenzioni ed energie fuori dal contesto lago e delle sue acque, dentro quello che sembra essere l’esibizione di uno sterile potere individuale di contare “di più”, di essere il più furbo.  Invece di decidere di proseguire per la strada della trattativa per avere il tempo necessario di stabilire regole e principi robusti a tutela dei cittadini, i responsabili dell’Accordo del 2008, hanno cominciato a vestire i panni dei “politici” navigati capaci di spettacolari operazioni, cedendo ai ricatti della Regione Lombardia che in questa vicenda non ha dato dimostrazione di essere un arbitro imparziale.  Corrispettivo di questo accordo sono stati 10 milioni di euro da dividere in quattro (comuni). Sembra una cifra importante e come tale è stata demagogicamente acclamata dai firmatari, così è almeno in casa nostra. Ma non lo è.  Considerando che l’accordo del 2008 ha di fatto concessa la liberatoria perché altri soggetti utilizzino “in esclusiva” la grande risorsa delle acque, stante la prospettiva di non avere influenza nella futura gestione per tutelare per i prossimi cinquant’anni gli interessi locali, si tratta del solito piatto di lenticchie.

I cittadini del Lago, quelli della Valle Sabbia, chiedono al nuovo Consiglio Regionale, al nuovo Governatore della Regione Lombardia, il loro impegno che porti al superamento della logica di vedere la ragione dalla parte dove stanno più elettori, ma dove ci sono esigenze legittime.  Deve essere aperta la strada perché le popolazioni lacustri possano avere rappresentanza nel futuro Comitato di Gestione, e che i risultati di tale gestione possano tenere in conto degli irrinunciabili interessi turistici e ambientali della risorsa lago d’Idro. Tutto il resto, o quasi, è solo una misera ricompensa le cui risorse possono solo dissolversi in pochi anni senza lasciare traccia.

 

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