«Ringiovanire il mondo»: neoliberismo e crisi economica, con Diego Fusaro

Sabato 4 maggio abbiamo avuto l’onore di ospitare Diego Fusaro, docente di storia della filosofia moderna e contemporanea dell’università Vita-Salute San Raffaele, con cui abbiamo discusso della crisi economica e delle premesse storiche e filosofiche che l’hanno determinata. Abbiamo sentito il bisogno di approfondire la tematica della crisi con un’ottica del tutto diversa da quella tipica dello spazio mediatico, che è per lo più legato al dibattito politico sugli effetti economici che ci troviamo ad affrontare. Per esempio potremmo discutere a lungo delle politiche di contenimento del deficit e dei meccanismi che hanno determinato la speculazione finanziaria, ma di fatto continuerebbe a sfuggirci il senso fondamentale di questa crisi.

Dobbiamo porci, infatti, alcune domande essenziali: da quale logica sono derivate le sciagurate scelte economiche che ci hanno portato a tale situazione? Perché la politica ha permesso delle attività economiche dannose e speculative, nonostante le passate crisi di mercato mondiale, come quella del ’29? A tale proposito Fusaro ci ha illustrato brillantemente come il libero mercato si fonda essenzialmente sul concetto di “illimitatezza”, il quale si concretizza nella logica capitalistica dell’incremento indefinito del profitto, e ci ha ricordato come la cultura greca rifiutava fermamente tale idea, poiché per il mondo classico una società era sostenibile solo se era legata al “metron”, cioè alla giusta misura. Il “limite”, infatti, costituiva il criterio economico-sociale della “polis”, il cui ciclo produttivo era finalizzato esclusivamente al soddisfacimento dei bisogni, al contrario della crescite indefinita del libero mercato, la quale è priva di ogni limite (statale, etico, naturale).

Fusaro, inoltre, ci ha delineato un’acuta genealogia del capitalismo, attraverso una tripartizione dialettica di tipo hegeliano, mostrandoci come la lotta di classe di marxiana memoria è tramontata, ed è oggi del tutto inattuale, a favore di un capitalismo che si è imposto come assoluto.  Privo ormai di quella contraddizione interna, che storicamente si è concretizzata nella conflittualità delle rivendicazioni sociali da parte dei lavoratori salariati, il libero mercato è riuscito ad imporsi  come unica forma possibile di organizzazione dei rapporti economico-sociali, con la conseguenza  che oggigiorno è semplicemente considerato folle o anacronistico pensare qualsiasi alternativa politica, secondo il comandamento odierno “non avrai altra società all’infuori di questa”. Ecco perché nell’attuale fase storica il rapporto tra politica ed economia si è rovesciato a favore della seconda, con la conseguenza che il il mercato è riuscito ad affermare la propria potenza a scapito del potere politico.  Tale considerazione spiega il motivo per cui siamo arrivati alle deregolamentazioni economiche portate avanti a partire dagli anni ’80, con le conseguenti speculazioni finanziare permesse dalla mancanza di regole sufficienti, che hanno scardinato l’idea dell’intervento pubblico tipica dell’impianto keynesiano degli anni ’50-’70.

A questo punto riteniamo doverosa una considerazione sull’attualità politica. La sinistra ha ormai rinunciato al suo originario nucleo politico-filosofico, che metteva in discussione il sistema vigente, e tramite cui aspirava ad una società diversa fondata sull’uguaglianza sociale e l’equità. Oggigiorno gli “anticapitalisti” sono etichettati come affetti da una cecità ideologica, totalmente anacronistica, se non addirittura puerile e irrazionale, senza rendersi conto che è la struttura stessa in cui siamo inseriti, oggi nuovamente in crisi, a spingerci ad una sua radicale messa in discussione.

Fusaro ci ha permesso di comprendere che solo ponendosi al di là di ogni dogmatismo politico, ed attraverso una radicale critica filosofica in grado di denunciare la contraddittorietà e la disumanità della categoria della “illimitatezza”, potremo avanzare un reale cambio di paradigma. Per ottenere un simile risultato è fondamentale la capacità di interrogare e mettere in discussione lo stato di cose esistente, senza la quale è impossibile immaginare un mondo diverso.  “Ringiovanire il mondo” è ciò che diceva  Fichte, il maestro dell’idealismo classico tedesco, con un’espressione che indicava l’ideale di trasformazione sociale riservato in particolare ai giovani, cioè ai primi ad essere chiamati ad occuparsi del loro futuro. Al di là delle ideologie, delle mistificazioni e delle differenti fedi politiche, l’obiettivo rimane sempre lo stesso, ossia quello di un’umanità emancipata. Non stiamo facendo riferimento a un astratto ideale, ma ad una necessità concreta, che oggi più di ieri richiede di essere attuata.

Alessandro Scattolo

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