Un saluto (da tifoso) a capitan Massimo Ambrosini: «Milanista fino in fondo»

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Premetto, di sport ‘nazionale’ scrivo sempre meno, il destino ha voluto che mi specializzassi nel locale. Detto questo, credo di potermi concedere una piccola grande confessione: sono un milanista, e pure sfegatato. Uno di quelli che si avvicina ai 30 anni, che ha sfiorato Van Basten e che è cresciuto sull’onda di due bandiere immortali, due capitani indimenticati come Franco Baresi e Paolo Maldini. Uno di quelli che ha visto Boban e Savicevic prima, Weah e Bierhoff poi, Kakà e Seedorf, ora El Sharaawi e Balotelli. In mezzo, a tutti loro, un’altra di quelle figure che rendono il calcio, e non solo italiano, una cosa per cui può ancora valere la pena emozionarsi.

Era il 1995 quando Massimo Ambrosini rientrava nei ranghi, dopo il prestito al Cesena, e il suo ritorno veniva annunciato ad alta voce, ricordo ancora la prima pagina di Forza Milan, la sua intervista, lui vestito da quarterback, lo sport americano una passione parallela. Ne sono successe di cose, da allora: un mondo che è cambiato in maniera irreversibile, grandi conquiste ma anche grandi sconfitte. Ma non voglio divagare, di calcio si parlava e di calcio voglio parlare. Anzi, di Massimo Ambrosini. Il capitano che l’anno prossimo vestirà Viola, con un contratto annuale da ottocentomila euro al netto delle tasse. Il capitano che lascia il Milan dopo una maggiore età, praticamente 18 anni, trattato forse anche peggio di come la Juve un anno fa trattò Alex Del Piero.

Niente rinnovo, niente fiducia e, per gli inguaribili romantici, niente giro di campo, niente partita d’addio, niente saluto ai tifosi. Tutti concordi sul fatto che l’età nel calcio e’ un peso, ma tutti concordi sul fatto che un altro anno Macho Ambrosini lo poteva ancora fare. Magari non titolare fisso, magari non come l’uomo del rinnovamento. Sarebbe rimasto uno degli ultimi del grande ciclo (con il 23 alle spalle ha vinto quattro scudetti, due Champions e due Supercoppe Europee, un Intercontinentale e una Coppa Italia, due Supercoppe Italiane per complessive 344 partite ufficiali), leader se non in campo almeno leader fuori. E quella fascia, da capitano, per noi romanticoni del calcio sarebbe sventolata come una bandiera. L’ultima bandiera, Massimo Ambrosini.

Ora in Viola, e a lui tutti gli auguri: rimanendo milanista fino in fondo, ma con un pizzico d’amarezza in più, non posso che augurargli tutte le fortune del mondo, e un’ultima, folgorante stagione. Forse il calcio e’ cambiato davvero, anzi è sicuro: ci siamo illusi che il Milan del lungo corso e delle cravatte gialle potesse rimanere l’ultima isola felice, il baluardo fuori tempo di un calcio che ormai non c’è più. Il primo allarme annuale in realtà aveva già squillato, vedi l’affaire Allegri.

Ci vedo solo un insegnamento, credo pure pessimo. A che serve credere in un progetto ventennale, fatto di alti e bassi di bassi e di alti, se poi questa e’ la ricompensa? Magari e’ solo un brutto sogno, di quelli che ti vengono quando hai mangiato pesante. Intanto però, da romantico del calcio, Massimo Ambrosini lo voglio salutare per quello che è sempre stato. Il numero 23 alla Air Jordan, la fascia da capitano sul braccio. Diciassette anni, forse qualcosa di più, sono difficili da dimenticare.

Un dovuto post scriptum: forse ci sono colpe anche condivise, vedi il rifiuto del rinnovo causa prospettive di panchina quasi certe. Ma a noi romantici del calcio piace anche fantasticare. Almeno un po’. La politica societaria è uguale per tutti? Magari un’eccezione, una sola.

Alessandro Gatta
www.voceditalia.it

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