Aminata Fall: da Salò a Sochi per giocarsi il sogno olimpico

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Tutto è cominciato con un paio di sci a pois, bianchi e blu come i colori del Brescia, e degli scarponi da sci con il pelo. «Ho fatto la gavetta, in passato mi sono sentita pure un po’ “goffa”. Ma ora sto lottando con tutte le mie forze per raggiungere il mio sogno e non ho alcuna intenzione di arrendermi». Il sogno «grandissimo» si chiama Sochi 2014, Olimpiadi invernali, categoria Slalom Gigante: lei è Aminata Gabriella Fall, brescianissima nata all’ospedale di Gavardo e cresciuta a Salò. Ha abitato anche a Moniga e Lonato.  Papà senegalese e mamma italiana: è stato il babbo per primo a trasmetterle la passione per lo sport e la neve, portandola a sciare quando aveva solo 4 anni. Una passione che per Aminata prende la forma di un destino, con un marito – sposato nel 2011 – che dello sci non ha fatto un mestiere ma quasi, tanto da aver sfiorato la qualifica di «maestro». In mezzo, e scusate se è poco, una laurea in giurisprudenza e una brillante carriera nel settore bancario, dieci anni a Toscolano e uno a Padenghe, fino al ruolo prestigioso di responsabile di filiale ai Novagli di Montichiari. E una filosofia di vita non comune a tutti: «Se faccio una cosa la voglio fare bene, voglio andare fino in fondo».

La ragazza è alla ricerca del salto di qualità: «Un hobby non può essere fine a se stesso, deve trasformarsi in qualcosa di più».  Davanti a un televisore e a una gara di Vancouver 2010, Aminata racconta sorridendo la sua «scoperta»: «Per fare le gare non devi essere necessariamente brava, in fondo basta iscriversi! Poi ho pensato a tutti quegli sport in cui si può scegliere la nazione con cui gareggiare. Ho unito i puntini: volevo mettermi in gioco, trovare una via diversa, ho cominciato un viaggio interiore faticoso ma entusiasmante. Ho esplorato le mie origini, il Paese da cui la mia famiglia proviene, ho scelto lo sport perché mi ha messo davanti a me stessa». Una scelta su cui ha influito anche un viaggio in Ecuador, dove ha «respirato ottimismo ed entusiasmo». Uno slogan che vale più di tutti: «Voglio andare alle Olimpiadi». Una trafila anche burocratica con la Federazione di Sci Alpino del Senegal (fondata nel 1979, proprio quando Amina è nata), le lettere con il fondatore e olimpionico d’antan Lamine Gueye, il via libera, il supporto, la doppia cittadinanza ottenuta nel settembre del 2011.

Poi la parte «pratica», l’allenamento vero e proprio, quattro volte a settimana in palestra e almeno una volta a settimana sugli sci (ma d’inverno anche tre), seguita passo dopo passo da coach Omar Longhi, ex professionista ed ex nazionale. Rincorrendo il punteggio che vale la qualificazione: «I criteri non sono mostruosi ma io ho cominciato a 30 anni». I tempi però si fanno stretti, il termine ultimo è gennaio dell’anno prossimo, le Olimpiadi cominciano un mese dopo. «In famiglia ormai sono abituati – un altro sorriso, la sua solarità è contagiosa -. Mamma è abituata alle mie “follie”, mio fratello e mia sorella mi prendono in giro, ma so che fanno il tifo». Non sarà facile e Aminata lo sa. Hanno cambiato il regolamento, le misure degli sci, ora è tutto più difficile: e non sarebbe male intanto trovare uno sponsor che ci creda, magari uno sponsor bresciano.

E tra le tessere che compongono il puzzle delle riflessioni sulla sua vita e la sua sfida, c’è spazio anche per il riferimento a un altro bresciano, Mario Balotelli: «Io mi sento italiana e bresciana, proprio come lui. E mi dà fastidio quando lo attaccano, perché un po’ attaccano anche me. Noi non abbiamo alternativa, nel bene e nel male, eppure in tanti continuano a guardarci come se fossimo una cosa diversa, estranea. Vedo le difficoltà che hanno anche i ragazzi della seconda generazione di immigrati. Siamo neri, ma siamo dei vostri». Niente razzismo quotidiano, chiaro, ma quel fastidioso «pour parler» a cui anche Aminata, volente o nolente, ha dovuto adeguarsi. «Ma io sono sempre stata sincera.

Anche quando lavoravo allo sportello e mi chiedevano delle mie origini, ho sempre risposto sorridendo: io sono di Salò!». Sono storie come questa, mentre ancora si discute dello ius soli, che ci ricordano della lezione più importante. La nostra patria è il mondo.

Alessandro Gatta
BresciaOggi

A luglio su Il Corriere del Garda

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