Una storia di coraggio e omertà: abusata da un parente, tradita dalla madre

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A guardarla sembra una ragazza come tante, un’espressione vivace di quelle che incroci spesso su Facebook. I capelli neri lasciati cadere ribelli sulle spalle, lo sguardo e il sorriso che sembrano ripetere come un carma che i 25 anni li hai una volta sola. Una laurea e un lavoro che fanno da involucro a una finta normalità. Nel profondo dell’animo albergano i postumi di un oscuro segreto, un incubo di violenza e abusi subìto in silenzio da quando era solo una bambina. Una storia terribile partita da lontano, così come è lontano il parente che ha abusato di lei: capitava spesso in casa, a Lonato prima e a Castiglione poi, oppure quando tutta la famiglia andava in ferie in montagna.

PROPRIO in quel luogo simbolo di serenità l’epilogo della persecuzione: lei 13enne riposa nel letto, lui che si avvicina e per l’ennesima volta mette in scena quel «gioco proibito». L’ultimo atto di un copione terribile durato sette anni, dal 1993 al 2000, e che al responsabile degli abusi è costato una condanna a 2 anni e 8 mesi. Pena recentemente diventata definitiva in Cassazione. L’imputato – oggi 63enne – è stato riconosciuto colpevole solo dell’abuso commesso nel 2000. Per gli altri episodi invece, è stato prosciolto perchè i reati sono caduti in prescrizione. Un colpo di spugna su episodi ancora più gravi perchè commessi su una bambina.  Ora, chiuso il capitolo giudiziario, la vittima riesce a mettere a fuoco i risvolti di una vicenda intorbidita dall’omertà se, come ammette la stessa 25enne, «sono stata tradita anche da mia madre, con cui oggi non ho più alcun rapporto». Proprio nelle sue braccia era corsa in lacrime raccontando di quelle attenzioni morbose. Ma la mamma aveva preferito il silenzio allo scandalo, limitandosi a invitare il parente a girare al largo dalla figlia. «Sembra paradossale, ma a difendere l’autore degli abusi è stata una rete di donne. Non solo mia madre, ma anche la moglie di quel lontano parente ha negato davanti ai giudici – racconta -. Eppure anche lei era al corrente di quelle violenze».

A 14 ANNI LA VITTIMA ha trovato il coraggio di ribellarsi, il coraggio che ti infonde il primo amore. È il suo fidanzato a spingerla ad aprirsi, a sfogliare l’album dei ricordi drammatici. Prima con un percorso di psicoterapia, poi con la denuncia. È il 2008. Scattano le indagini che porteranno alla condanna. Nel mezzo la confessione al padre e al fratello maggiore. E qui invece la 25enne trova un approdo sicuro. Il papà, già da tempo separato dalla madre, accompagnerà la figlia in ogni passo, in ogni udienza. Anche durante il processo non è stato possibile quantificare gli abusi. «Veniva a casa nostra tre volte a settimana – racconta ancora la ragazza – e quando si andava in ferie gli abusi diventavano più frequenti».

A FAR SCATTARE l’interruttore del coraggio e della ribellione è stato un episodio casuale. «Ho visto girare per casa i suoi nipotini e sono stata colta da un presentimento raccapricciante – racconta la 25enne -. Mi sono chiesta: e se domani toccasse a loro subìre le mie pene? Se fosse accaduto, con il mio silenzio, sarei diventata una complice morale. Non me lo sarei mai perdonata». La sentenza «non è figlia di una vendetta – conclude la vittima degli abusi – ma di un percorso di verità. Il ricordo, seppur terribile, mi accompagnerà per tutta la vita, forse solo ora ho cominciato a conviverci. È una parte oscura, ma è una parte di me». Una storia senza lieto fine, ma che potrebbe servire a prevenire casi simili. «Ho deciso di raccontare la mia odissea perchè voglio che la gente capisca come queste cose avvengono – spiega -. Vorrei poter essere d’aiuto alle persone che si trovano in questa situazione. Vorrei che tutti quelli che fanno finta di niente si facessero un esame di coscienza. In Italia la metà delle donne ha subìto almeno una molestia sessuale e fra loro ci sono molte minori: questo è un dramma collettivo».

Alessandro Gatta
BresciaOggi

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