Brescia, caso Caffaro e diossina: «Brescia come il Vietnam»

caffaro senigallesi

“In alcune province si può camminare per venti, trenta chilometri senza incontrare un po’ d’ombra, un uccello, un insetto. Non è più possibile ascoltare il canto degli uccelli nel Sud Vietnam”. Iniziava così, di fronte agli uomini di scienza riuniti a Parigi nel dicembre del ’70, il discorso del capo delegazione della Repubblica del Vietnam del Sud. Cos’hanno in comune il sito inquinato nazionale «Brescia-Caffaro» e il delta del Mekong distrutto dalla guerra chimica? «I dati», risponde semplicemente lo storico dell’ambiente Marino Ruzzenenti, cui si deve la scoperta del «caso Caffaro».

Nell’infelice corsa al confronto tra le tante necropoli dei veleni d’Italia Brescia batte molti primati. Il motivo è semplice e inquietante. A Brescia i superveleni che hanno contaminato l’ambiente non erano il sottoprodotto di lavorazioni pericolose ma il prodotto finito (fino al 1983) di una fabbrica chimica, la Caffaro, piantata nel cuore della città. Per cinquant’anni, protetta indirettamente dalle lotte sindacali e dal brevetto «esclusivo» della statunitense Monsanto, la Caffaro ha prodotto i policlorobifenili (Pcb), sostanze tra le più tossiche e pericolose al mondo, disperdendone decine di tonnellate nell’ambiente.

«Di Brescia non si parla, c’è una spaventosa rimozione – spiega Ruzzenenti – forse perché la situazione è troppo grave». Il veleno negli anni è entrato nella catena alimentare, nel sangue della popolazione, nel latte materno. Per i territori avvelenati a sud della fabbrica, in cui vivono i 25mila abitanti del sito inquinato di interesse nazionale (Sin), non c’è ancora nemmeno un progetto di bonifica. Intanto nel febbraio scorso lo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha classificato i Pcb come «sicuramente cancerogeni» per l’uomo.

«Ho confrontato la contaminazione di Brescia con quella dei principali casi italiani – prosegue Ruzzenenti – con la Terra dei fuochi, con l’Ilva: non c’è paragone». A Brescia le diossine sono mille volte di più alte che nel cuore dell’Ilva di Taranto: 325mila ng/kg di sostanze con tossicità equivalente alla Tcdd, la diossina di Seveso. E lo stesso vale per i terreni a sud della fabbrica e per i veleni che circolano nel sangue delle persone (1136 ng/g), in concentrazioni medie di Pcb superiori a quelli della popolazione in Francia (480) e Usa (85).

«Qualche mese fa si è presentato da me un fotografo che è stato in Vietnam per documentare l’orrore della guerra chimica e poi si è messo a fotografare il sito di Brescia – racconta Ruzzenenti -. Ho pensato che fosse solo una suggestione, ma poi ho provato a leggere i dati».

Livio Senigalliesi è un fotografo d’inchiesta che ha attraversato i principali teatri di conflitto. Kurdistan, Libano, Kosovo, Congo, Ruwanda, Afghanistan, Iraq. Nel 2011 è tornato in Indocina, a quarant’anni dalla fine della guerra in Vietnam, per documentare gli effetti lasciati sulla popolazione dall’Agent Orange, l’«erbicida» alla diossina spruzzato dai marines per distruggere la vegetazione in cui si nascondevano i Vietcong.

Una volta tornato ha cominciato a fotografare i quartieri inquinati di Brescia: via Milano, Primo Maggio, Chiesanuova. Dove il Comune da dieci anni, con un’ordinanza «urgente», vieta agli abitanti qualsiasi contatto con il terreno, ai bambini di giocare nell’erba, agli agricoltori di coltivarla. «La suggestione per me è stata folgorante», assicura Senigalliesi.

L’«ecocidio» Usa in Vietnam, dove si stima siano caduti più di 300 kg di diossina, ha certamente proporzioni ben diverse per estensione rispetto all’inquinamento della Caffaro, a meno che non si confrontino alcuni parametri. «I picchi di diossina presenti nelle basi militari di Da Nang, Bien Hoa e Phu Cat – sostiene Ruzzenenti – dove i soldati Usa caricavano i fusti di Agent Orange, sono sovrapponibili a quelli riscontrati nella Caffaro di Brescia. Intorno ai 350mila ng/kg». Ma tra Brescia e il Vietnam c’è una differenza.

Gli Usa hanno cominciato a studiare un progetto di bonifica dei terreni dalla diossina nel Sud Vietnam. Una condizione che i vietnamiti hanno  «imposto» per cominciare a riallacciare i rapporti con il vecchio nemico. A Brescia manca invece un piano per la bonifica, le risorse e i mezzi.

L’unica tecnica per ora accettata per la bonifica infatti è l’asportazione e l’isolamento del terreno in discariche speciali controllate. Come a Seveso, dove le «vasche» sepolte sotto il Bosco delle Querce ancora contengono intatto il tumore della diossina del ’76. Ma se a Seveso e Meda è bastato, all’epoca, asportare uno strato superficiale di terreno, a Brescia l’intera zolla è impregnata di diossine e Pcb in profondità.

Forse la bonifica sperimentale che gli ingegneri Usa stanno mettendo in campo nella base militare di Da Nang non sarà efficace o non potrà essere esportata altrove. Prevede l’incapsulamento della terra contaminata in speciali sarcofagi, dove viene sottoposto a riscaldamento prolungato fino a 335 gradi nella speranza di poter distruggere la molecola di diossina. Ma almeno è un tentativo di far fronte a una bonifica che tecnicamente non ha precedenti.

Lo scorso 23 settembre il vicepremier Angelino Alfano e il vice primo ministro vietnamita, Hoang Trung Hai, si sono incontrati a Roma «per promuovere i rapporti economici e sostenere le nostre imprese» e annunciare l’apertura di un Consolato Generale ad Ho Chi Minh, vivace centro economico vietnamita, in vista di Expo 2015. Chissà se avranno discusso anche di come rispondere ai loro avvelenati, abbandonati nelle terre alla diossina.

Andrea Tornago
Il Manifesto

Foto (C) Livio Senigallesi

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