Gavardo, la tragedia di Emanuele: «Un dolore senza pace»

emanuele ghidini

Qualcuno ancora si ferma, qualcun altro passa velocemente, qualcun altro ancora appoggia un fiore. La casa di Emanuele Ghidini, morto annegato e inghiottito dalle gelide acque del Chiese, sta proprio in centro a Gavardo, il paese in cui la famiglia si era trasferita ormai da una decina d’anni, dalla Valgobbia e da Lumezzane, dal quartiere di Sant’Apollonio.

Una processione silenziosa, prima i parenti e poi gli amici, mentre il lutto scorre veloce tra le parole e gli sguardi, e la domanda che più risuona è sempre la stessa, perché morire a 16 anni? Se lo chiede anche il padre Giampietro, con mamma Serenella che invece rimane chiusa in una stanza d’ospedale, lo sguardo fisso per allontanare ogni emozione, ancora sotto shock per una tragedia che mai avrebbe immaginato.

Davanti alle telecamere, papà Giampietro annuncia che “prima o poi ce ne andremo di qua”, vicino o lontano che sia, per allontanarsi dal ricordo di una perdita terribile. “Voglio capire il perché, fino ad allora non avrò pace – racconta – Questa è la prova più difficile per tutti, dobbiamo trovare la forza”. Le indagini che continuano, in azione i Carabinieri di Gavardo e Salò, un viaggio a ritroso tra testimonianze e telefonate, pure messaggi e pure Facebook, saranno poi sentiti i suoi compagni di scuola, e gli amici di quella festa.

Proprio dalla festa tornava Emanuele, alle 3 di notte passate, poi quel tuffo maledetto, quella ‘bravata’ irripetibile. Sarà l’autopsia a ‘decretare’ in via definitiva se il 16enne di Gavardo avesse assunto sostanze stupefacenti, o magari avesse bevuto un po’ troppo. “Forse in questo abbiamo sbagliato – riprende papà Giampietro dopo lunghi sospiri – Forse non ci siamo accorti che sono troppi i ragazzi che fanno certi errori. Non so se anche il mio Emanuele sia mai arrivato lì, mi auguro di no. Ma lo voglio comunque dire a tutti i giovani: anche un solo spinello significa accettare il mondo della droga, e poi da lì si arriva a tutto il resto”.

Poi la voce mai sopita, di chi ha parlato di un gesto estremo, di un suicidio. “Non vedo alcuna motivazione anche solo per immaginare un gesto del genere – continua Ghidini – Era un ragazzo solare, con tanti amici. Venivano spesso anche qui, a casa”. E rimangono quei fiori ‘sospesi’, fuori dalla villa, in centro a Gavardo. Lontani dieci anni dalla ‘sua’ Lumezzane, troppo vicini ad una morte improvvisa e violenta, non nelle dinamiche ma nei suoi effetti. Poi quel banco vuoto, all’istituto agrario che frequentava, a Lonato. E le due sorelle, di 15 e 22 anni, che hanno aspettato invano quelle buone notizie, invece mai arrivate.

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