Sirmione, cronaca di un convegno: «La discriminazione va negata ad ogni livello»

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Seconda parte e seconda puntata: una simpatica divagazione ‘televisiva’, con citazione diretta alla Springfield della famiglia Simpson, per cercare di comprendere il razzismo e la discriminazione anche per immagini. Ma in testa una sola idea, una sola utopia. Come diceva Bertolt Brecht, il poeta che nessuno potrà mai dimenticare. 

Sarà Gad Lerner l’ospite d’onore dell’ultima ‘manche’ del congresso nazionale della Società Italiana di Crimonologia, che per tre giorni ha trasformato Sirmione in una sorta di ‘comitato scientifico’ vivente, a cui hanno partecipato più di 300 esperti provenienti da tutta Italia, oltre che a centinaia e centinaia di visitatori, ricercatori e studiosi. Tema portante della tre giorni gardesana le vulnerabilità e i conflitti sociali: una società che cambia e un Paese come l’Italia che per la prima volta, seppur nel replicarsi di una ciclicità storica, si trova nel mezzo di un’Europa che non è più la stessa. Non solo crisi dunque ma anche migrazioni e contrasti, disagio e povertà: e con loro la paura e l’insicurezza, l’incertezza del vivere e del domani, con tutte le conseguenze sociali del caso. Di questo si è parlato nella seconda intensa giornata di lavoro, divisa come sempre tra PalaCreberg e Grand Hotel: in viale Marconi in particolare un apposito workshop ha seguito la lunga mattinata di lavoro, in cui si sono accesi i riflettori sulle paure e sulla sicurezza urbana, lasciando ampio spazio ai giovani. Non stupisce allora che tra le “nuove insicurezze” si sia parlato di cyber-bullismo e di cyber-vittime, o che la topica dell’immigrazione possa essere riassunta in un episodio dei Simpson: questa la suggestiva tesi di una coppia di giovani ricercatrici, Ilaria Guanziroli e Valentina Prosepio. Viene facile il parallelo, a Springfield come a Brescia, lo straniero accolto con diffidenza e quasi costretto ad un antagonismo reciproco con gli autoctoni: la messa in discussione dell’ovvio, l’emarginazione dei nuovi arrivati, la paura che ben presto si trasforma in chiusura, e in fastidio. Ma se la favola televisiva si conclude con una danza collettiva, “in fondo siamo tutti uguali”, ben più complesse le dinamiche reali: e non basta la repressione, concludono Giorgio Travaini (Università di Milano) o Chiara Penna (Università Luspio di Roma), in due interventi distinti. L’immigrato vive di per sé una “contrapposizione immanente”, il rifiuto (forzato) del suo Paese d’origine e allo stesso tempo la necessità di mantenere viva la sua cultura; giusto allora riconoscere “le ansie di chi accoglie”, che anche a causa di forze esterne come i mass media o la politica vede minacciati i propri spazi, ma giusto anche riconoscere “le ansie di chi viene accolto”, che se isolato diviene “facile vittima di reti criminali, in assenza di una vera protezione sociale”. Anche a Brescia “la percezione di sicurezza è minacciata, ma spesso non a ragione”, e non va dimenticata la legge scientifica secondo cui “gli individui sono determinati dalla società”, quindi è il contesto a “influenzare pesantemente i comportamenti umani”. Ecco perché gli interventi repressivi “non portano a risultati apprezzabili”: lo ha ricordato anche la giovanissima sociologa Marta Montebello, “la discriminazione va negata ad ogni livello”, perché in fondo “il razzismo è un’invenzione” e, citando il teorema di Thomas (sociologo americano degli anni ’30), “se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”. Richiamando alla memoria anche Bertolt Brecht e la sua unica utopia: “Sull’ingiustizia piccola non v’accanite. Presto da sé, nel proprio gelo, sarà estinta”. Perché se l’ingiustizia è grande, allora è grande anche il sogno.

Alessandro Gatta
Bresciaoggi

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